L’evento

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È l’ottobre del 1963 e una studentessa universitaria aspetta per più di una settimana che le venga il ciclo. Tutte le sere prende la sua agenda e scrive sempre la stessa parola, in maiuscolo e sottolineata: niente. Ormai non riesce a pensare ad altro. Non è più in grado di apprezzare la bellezza di un film italiano in bianco e nero (Il posto di Ermanno Olmi) o di una pièce teatrale contemporanea (A porte chiuse di Sartre), perché ha una «realtà» che le cresce dentro la pancia. Nemmeno lo studio universitario o l’insegnamento del francese possono distoglierla dall’idea che quasi certamente è rimasta incinta di P., uno studente di scienze politiche conosciuto durante le vacanze estive. L’8 novembre si reca dal ginecologo, che le conferma la gravidanza e pronuncia una frase terribile nella sua sbrigatività: «i figli dell’amore sono sempre i più belli». Lei si appunta sull’agenda: «È orribile: sono incinta». Qualche giorno dopo riceve il certificato di gravidanza, ma lo strappa: ormai ha preso la sua decisione, vuole abortire. È questo il momento in cui il tempo diventa per lei «una cosa informe» che le avanza dentro e che bisogna distruggere a ogni costo: «C’erano le altre ragazze con i ventri vuoti, e c’ero io». Ma la legge francese proibisce l’aborto e per una ragazza la strada dell’autodeterminazione è impervia e solitaria: può solo provare ad affidarsi a uno di quei medici detti «cucchiai d’oro» o a una di quelle donne che vengono chiamate col nome poetico di «fabbricanti d’angeli»…

Sono passati quasi vent’anni dalla pubblicazione de L’evento di Annie Ernaux (Gallimard, 2000), ma il tempo non ha né intaccato l’attualità del tema trattato né sbiadito la forza comunicatrice. Come ne Il posto e Una donna, Ernaux utilizza uno stile asciutto, ma trascinante, in grado di far emergere tanto il senso d’impotenza di una ragazza lasciata sola in balia di una gravidanza indesiderata quanto l’indifferenza e il pragmatismo di una società maschilista che sa solo giudicare e imporre il proprio volere tramite leggi ingiuste: «Era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché erano un male o se era un male perché era proibito». Ernaux ha passato anni a girare attorno a questo avvenimento della sua vita e si è sentita in potere di scriverne solo perché ormai nessun divieto gravava più sull’aborto e lei poteva, in tutta libertà, affrontare quell’evento indimenticabile. In questo viaggio memoriale, che lei accosta ad Al di là del bene e del male di Nietzsche e Viaggio al termine della notte di Céline, Ernaux riscopre qualcosa che pensava di avere perduto: «Ho la sensazione di aver raggiunto l’altra vita, la vita passata e perduta», quella vita in cui si è riscoperta anello di una «una catena di donne attraverso cui passavano le generazioni». Ernaux racconta l’aborto attraverso il proprio corpo, cioè attraverso i suoi pensieri e le sue sensazioni, e riesce a restituire «un’esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge», attraverso la scrittura, l’unico mezzo capace di dissolvere la propria esistenza «nella testa e nella vita degli altri».

 


 

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