L’idioma di Casilda Moreira

Sono trascorse due settimane da quando il professor Giuseppe Montefiori, docente universitario di Etnolinguistica presso l’Istituto di Glottologia, si è chiuso in casa. Deve riflettere su alcune questioni di carattere linguistico che lo attanagliano da tempo. Al termine della sua ultima lezione aveva raccontato agli studenti che a Kahualkan, un piccolo villaggio sperduto in mezzo alla Pampa, vivono gli ultimi due parlanti del günün a yajüch, l’idioma del popolo günün a künä, che però non si rivolgono parola da moltissimi anni per questioni personali. Un fatto contingente che potrebbe determinare la morte della loro lingua e di un’intera cultura. Annibale Passamonti, giovane laureando affascinato dal racconto del professore, verso il quale nutre una sorta di venerazione, d’accordo con lui decide di partire per l’Argentina, rintracciare i due indios e registrare un dialogo nel loro idioma. Arrivato a Kahualkan, conosce Casilda Moreira e Bartolo Medina, dialoga con ciascuno di loro e ne apprende la storia. Da ragazzi si erano giurati amore eterno, lui la chiamava kululu (farfalla) e lei yalalaw (giunco). Ma durante una assenza prolungata di Casilda, Bartolo si era infatuato di un’altra ragazza, una mapuche svelta, trasferendosi a Trelew. Dopo molti anni aveva fatto ritorno a Kahualkan in cerca di Casilda, che però non era riuscita a perdonarlo per aver infranto la promessa giovanile e dal giorno del suo ritorno non si erano mai più parlati. Con l’aiuto di Alma, la graziosa figlia del locandiere presso cui alloggia e che trova molto intrigante, Annibale riesce con uno stratagemma a farli incontrare e a registrare la preziosa conversazione. Tornato in Italia, va in ospedale a trovare il professore, ancora in coma a seguito di un incidente avvenuto prima della sua partenza, e dopo avergli fatto ascoltare il nastro questi inspiegabilmente si risveglia…

Dopo La gelosia delle lingue, in cui riflette sul concetto di “maternità della lingua”, Adrián N. Bravi nel L’idioma di Casilda Moreira approfondisce la sua riflessione concentrandosi sul tema affascinante della scomparsa di una lingua basata solo sull’oralità, senza alcuna tradizione di scrittura, con la conseguente ed inevitabile morte di un’intera cultura. È la vicenda del günün a yajüch, “una lingua solitaria nel marasma delle vare lingue indigene sudamericane”, l’idioma dei günün a künä, i tehuelches che abitavano nella Patagonia settentrionale. Storia e finzione si coniugano magistralmente in questo romanzo raffinato, in cui la questione linguistica si interseca con il tema dei sentimenti e dell’amore tra gli ultimi parlanti di un idioma primitivo. Attraverso l’espediente letterario l’autore riflette sull’importanza del linguaggio della memoria che, insieme alle immagini, nutre e mantiene vivi i nostri ricordi, contribuendo a conservare e tramandare amori e affetti ormai finiti, o che almeno così appaiono. Casilda e Bartolo sono gli ultimi custodi di una lingua che non possono più parlare, perché è stata la lingua del loro innamoramento, delle promesse scambiate reciprocamente, e tra la loro gente una promessa infranta muore insieme alle parole con cui è stata fatta. Certamente occorre cambiare prospettiva per avvicinarsi ad un’altra cultura ed Alma aiuta Annibale a comprendere che “la lingua fa parte della loro intimità”. È dunque nel silenzio che devono rimanere custoditi il vissuto, i sentimenti e le emozioni del loro amore ormai spento. Non sconfinando dal genere della narrativa, questo libro consente di curiosare un po’ nel mondo dell’antropologia culturale e dell’etnologia, ricordandoci che ogni nuovo amore nasce in una culla di parole che ciascun innamorato custodirà per sempre dentro di sé.

 


 

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