L’imitazion del vero

L’imitazion del vero

Nella città di Lopezia vive un uomo bellissimo d’aspetto, alto, forte, con una gran barba dorata e gli occhi chiari “fiammeggianti d’ingegno” che catturano inevitabilmente lo sguardo altrui, donne e uomini. Il suo nome è Orlando ma, per la sua imponenza, lo chiamano tutti Mastro Landone e la sua fama di “artefice di grandissimo ingegno” travalica le mura della città e i confini del Principato. È infatti non soltanto capace di costruire oggetti di falegnameria d’incomparabile bellezza ma anche macchine prodigiose in grado di mandare fumo o addirittura far apparire il cielo stellato sul soffitto. Per il bell’aspetto e per l’abilità è quindi un uomo assai desiderato. Dovrebbe essere “egli dunque eletto da Iddio medesimo fra le Sue creature per essere l’una delle massimamente felici”, e invece Mastro Landone non è affatto felice, “per l’uscio del desiderio nel tempio dell’infelicità sovente penetrato”, perché “il desiderio di Mastro Landone accendevano di fanciulli e di giovinetti le graziose sembianze”. E di certo troverebbe “abbondantissima acqua […] ad estinguere il fuoco”, ma nel Principato di Lopezia una durissima legge punisce il peccato di sodomia “con castighi così vergognosi e terribili ch’al paragone la morte parrebbe un premio a ciascuno”. E se le occasioni al bel mastro non mancano quando lo chiamano in altri paesi per realizzare le sue macchine portentose, è da oltre due mesi praticamente prigioniero in patria poiché il Principe Tancredi IV, “tiranno crudelissimo e splendido signore”, in occasione del compimento suo ventesimo anno di regno in autunno, gli ha commissionato congegni e macchinari atti “a sbalordire le genti e a suscitare l’ammirazione e l’invidia loro”. È primavera, dunque, e Mastro Landone passa metà del suo tempo a palazzo ed è costretto a lasciare chiusa la bottega poiché il suo garzone si è ammalato ed è morto. Infinito è il suo dolore per quella perdita, grande la tristezza di dover tenere chiusa la bottega ed enorme la malinconia causata dalla solitudine. Le preghiere dell’uomo a che Iddio gli mandi un buon garzone un giorno si realizzano quando sulla soglia della bottega si presenta un giovinetto “nero d’occhi e di pelo com’un saraceno, e di sorriso invece bianchissimo”. La sua pelle nera rifulge come il suo sorriso, sì che pare fatto di bronzo e oro. Il giovinetto arriva da Napoli, mandato da Mastro Anselmo che ha saputo della necessità di Landone e confida nelle doti del ragazzo. Nei giorni a seguire Mastro Landone scopre che Nerino – il suo nome è Antonio ma lo chiamano tutti così – è davvero bravo e gli offre una buona paga e l’alloggio nella bottega. Ben presto l’uomo, stregato già al primo sguardo, comincia a vivere “giorno e notte del carnal desiderio in sull’ardenti braci”, al punto che gli pare “al paragone, di non aver nella vita desiderato veracemente creature nessuna”; a sua volta “non può dirsi che Nerino innocente effettivamente non fosse”. Un giorno, a Mastro Landone viene in mente una delle sue prodigiose macchine che custodisce in una stanza accanto al ripostiglio dove dorme il bel Nerino…

L’imitazion del vero colpisce per l’eleganza e la ricercatezza della scrittura e per l’originalità del soggetto: un racconto amorale che ricorda per lo stile, l’ironia e la bellezza della prosa una novella di Boccaccio. In questo libro Sinigaglia mostra inoltre la sua singolare capacità di camuffare il lessico contemporaneo facendolo “sembrare” antico, sfruttando un’elegante sintassi e una prosodia della musicalità incantevole. È grazie a questi elementi stilistici e al ritmo serrato della narrazione che prende vita il racconto: una storia d’amore licenziosa e originalissima, un conte philosophique sulla natura misteriosa e oscura dell’amore “socratico” e sulle leggi del desiderio. L’imitazion del vero è in libro che sorprende dal principio alla fine”. Con questa motivazione – assolutamente capace di riassumerlo al meglio – Lorenza Foschini ha segnalato al LXXIV Premio Strega il romanzo breve (o racconto lungo) che Ezio Sinigaglia ha dettodi aver scritto ben trent’anni fa, nel 1988. Come raccontare in breve cosa sia davvero L’imitazion del vero, definito dalla critica letteraria Mariolina Bertini “una sollazzevole istoria del XXI secolo”? Non è affatto semplice farlo, fosse soltanto per la molteplicità di piani di interpretazione e analisi che offre; motivo per cui, lungi dal tentare le strade qui inopportune dell’analisi critica, si proverà a spiegare perché si tratta di una lettura preziosa che si può definire imperdibile, perché è un vero peccato che poi il Premio Strega non lo abbia vinto e infine perché uno dei misteri dell’editoria del Novecento sia la storia editoriale di Ezio Sinigaglia. È inevitabile che appaia immediatamente come una novella licenziosa e che il rimando – per non spingerci troppo indietro fino alla Fabula Milesia – sia alla narrazione libertina del Boccaccio e alla tradizione tre-cinquecentesca della novellistica italiana, dalla quale tuttavia si discosta sia per la lunghezza che per la dimensione psicologica dei personaggi, lì inesistente e qui assai curata, sì che se certamente è il desiderio il fulcro del racconto, pure si accompagna, per esempio, al tormento d’amore o anche alla critica sociale dell’ipocrisia perbenista e dell’omofobia. Esemplare la conclusione nella quale il protagonista si convince di essere il vero alleato di Dio e della Natura, contro la legge iniqua degli uomini. Come tiene a sottolineare spesso lo stesso Sinigaglia, si tratta dunque di un racconto del tutto originale, benché certamente ad “imitazione”. È evidente che il termine abbia una valenza centrale e non univoca all’interno della storia. Innanzitutto lo dice esplicitamente l’autore in una intervista che essa “finge di essere una novella licenziosa della tradizione italiana”, quindi una imitazione; poi ci sono le macchine prodigiose di Mastro Landone che imitano la realtà; quindi l’invenzione con la quale l’artigiano concupisce il giovane garzone iniziandolo al piacere sessuale per soddisfare il proprio, che è una imitazione del rapporto sessuale; e poi c’è la lingua, connaturata alla storia, che ne imita una arcaica con una costruzione latineggiante nella struttura della frase, nella sintassi, nel vocabolario, risultando tuttavia assolutamente personale, originale e capace di regalare un ritmo musicale che cattura il lettore sorprendendolo con sprazzi inaspettati e al quale è auspicabile abbandonarsi durante la lettura, lasciandosi guidare dall’orecchio. “Una lingua viva, mia, molto personale, l’imitazione (appunto, ndr) di una lingua d’altri”, ha detto l’autore. Ha detto anche, in una intervista, di aver concepito fin da subito – oltre che l’idea di una ambientazione in un passato non ben definito e quindi di una lingua adeguata, cosa che fa immaginare un utile espediente per parlare di un argomento quale l’amore omoerotico per i fanciulli, decisamente difficile da proporre nella narrazione contemporanea – “l’idea dell’inganno come motore di una storia d’amore sui generis” e, in effetti, nel gioco della seduzione e del corteggiamento, ingannato e ingannatore si confondono più volte, si scambiano, i ruoli si ribaltano di continuo attraverso scherzi, tranelli d’amore, passione, desiderio. D’altra parte, il contrasto è una costante nella storia, articolato in vere e proprie categorie: piccolo e gigante, giovane e adulto, biondo e moro, bianco e nero, ingannatore e ingannato, imitazione e vero, desiderio e legge, fino alle “parti alte e basse” che si contrastano nell’esperienza della botticella, l’astuta invenzione di Mastro Landone. Il contrasto si realizza persino nel tono scanzonato e leggiadro, nella nota comica che si coniuga all’argomento erotico serio e ad una lingua frutto certamente di un lavoro lungo cerebrale e raffinatissimo, tanto da sembrare all’inizio un esercizio di stile, un virtuosismo algido, che invece si rivela un divertissement coltissimo con altissima dignità. Se il metaromanzo Il pantarei è un unicum nel nostro panorama letterario, lo è decisamente, e forse ancor di più, L’imitazion del vero, distante da qualunque cosa venga oggi pubblicata, tanto quanto lo è il suo autore rispetto all’ambiente editoriale contemporaneo. Sinigaglia, nei tre titoli pubblicati in un paio di anni – c’è anche il bellissimo Eclissi – riesce nel difficile compito di essere innovativo anche rispetto a se stesso e sempre con estrema raffinatezza. “Scrittore di rara finezza e sensibilità, che ha passione e gusto per la ricerca linguistica e l’esplorazione degli stili”, ha scritto Edgardo Franzosini. Questo tentativo audace e sorprendente, pur nel solco della tradizione classica, è certamente riuscito e, dopo un comprensibile approccio straniante, è assolutamente fruibile senza difficoltà per il lettore alla ricerca di qualcosa di realmente diverso; i rimandi testuali, inoltre, molti di più di quelli qui suggeriti, costituiscono un ulteriore divertimento per il lettore che sa e vuole coglierli. Consigliatissimo.



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