L’inconveniente

L’inconveniente

Hilary ripensa a quando, fino al giorno prima, gli aerei li vedeva volteggiare dalla terra, disegnare strane figure nel cielo e poi sparire fra le nuvole. Oggi c’è lei, in uno di quegli aerei, ma non vorrebbe. Quello che desidera è fermarsi, scendere sulla terra, tornare da Uouo, il suo “grosso” papà, e correre libera. La madre, invece, sembra risoluta a dire addio all’Africa, sembra decisa come non mai a riprendere la sua vita a Torino, accanto alle sue amate sorelle. Hilary, una volta in Italia, non ci riesce proprio a vivere in quella strana realtà chiusa, che percepisce come una trappola, non è a suo agio in città, torna nella sua Africa appena può: con i sogni, attraverso i ricordi, ritrova quella terra senza confini che sente come il suo posto, dove percepisce un legame con il resto del mondo, dove si sente se stessa e può toccare l’infinito, dove si sente protetta e non derisa. A Torino, ad esempio, la maestra si interroga sul colore dei suoi capelli, non riesce neppure a pronunciare bene il suo nome, le urla addosso non appena si accorge che si sta prendendo cura di un uovo, accudendolo con amore ed aspettando la nascita di una colomba. La classe intera ride di lei. Hilary urla, urla con la voce e con i suoi comportamenti che non sta bene, ma sua mamma ha sempre quei maledetti tappi nelle orecchie e pare non accorgersi delle sue richieste di aiuto, sembra tornata bambina, nella sua famiglia, sembra sentirsi priva di responsabilità nei confronti di Hilary, che bambina, “plippla”, lo è per davvero...

Se fosse una semplice opera di fantasia si potrebbe definire una storia complicata, tormentata, quasi oscura. Ma qui si parla di un romanzo autobiografico, che si concentra sull’infanzia dell’autrice e allora, più che complessa, l’opera diventa a tratti inquietante, lasciando nel lettore un certo disagio, per il dolore che il libro trasuda. Il sentimento principale che caratterizza la giovane Hilary è quello di una nostalgia violenta che dilania e di una estraniazione totale, causate da uno sradicamento forzato che la fa appassire, sfiorire a poco a poco. Hilary, infatti, altro non è che una ragazzina dalla mente sveglia che passa dagli spazi sconfinati dell’Africa, che conosce e ama tramite gli insegnamenti del padre, guardiano delle riserve e veterinario degli animali feroci, ad una realtà fatta di chiacchiere e spazi chiusi, di abbandono e di esclusione da parte di una famiglia che non sente sua e che poco fa per accoglierla. Sembra che questo libro sia una sorta di diario che l’autrice abbia utilizzato come terapia, per sviscerare situazioni vissute che le hanno in qualche modo, e comprensibilmente, segnato l’anima e il tratto di vita seguente; allo stesso tempo, il suo linguaggio accurato, fatto di immagini rarefatte, visionarie, a tratti mistiche dà come l’impressione che l’autrice non si voglia o non riesca a svelarsi troppo, che forse il dolore o una sorta di pudore non le permetta il completo svelamento di sé.



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