L’inverno di Giona

L’inverno di Giona

Giona ha quattordici anni e non ha ricordi del suo passato o della sua infanzia. Sa di essere stato bambino, in tempi relativamente recenti, ma forse non ha la minima idea di cosa significhi davvero. Vive in un villaggio della montagna più aspra e desolata con suo nonno Alvise, la sola persona al mondo che gli sia rimasta da quando sono morti i suoi genitori. Ricorda le cose che fa e come farle, nient’altro. Proprio questo è un punto interessante: il modo maniacale con cui il “come” si ripete sempre uguale a sé stesso, in maniera pedissequamente rispettosa degli ordini impartiti dal rigoroso Alvise. Ora gli tocca scendere nello scantinato con un secchio ricolmo d’acqua fino all’orlo, la lucerna fioca a stento in grado di rischiarare il cammino, il tutto senza versarne una sola goccia. Lo sa bene, lui, che Alvise lo sta guardando con attenzione torva, ed è pronto a mortificarlo se fallirà. E questo accade puntualmente: sta per mettere giù il secchio quando un soffio d’aria che arriva dalle scale fa tremare la luce, forse la porta si apre; quel che è certo è che lui si volta con un movimento goffo e scoordinato; col ginocchio incoccia contro il secchio e rovescia l’acqua sul pavimento in argilla. La paura lo paralizza: il baluginio della lanterna danzante gli consente di riflettersi per un attimo nella pozza. Realizza in quel momento che a nulla lo aiuterà la speranza che Alvise non capisca come sono andate le cose, lui lo sapeva già prima che il fatto accadesse. Eppure, forse è quella l’unica cosa da fare: sperare e nutrire quella speranza che può aiutarlo a sopravvivere, a sopportare i soprusi quotidiani, il voyeurismo del nonno crudele che gode nel rendere una tortura la sua vita. “Togliti il maglione, Giona”, dice con la sua voce priva di colore. Si blocca, obbedisce, come ipnotizzato da quel suono affettato, si toglie il maglione e ripete il compito del secchio; esce fuori con il vento e il gelo: gli servirà da lezione secondo suo nonno. È il presupposto alla base di tutta l’educazione che gli ha impartito, un meccanismo di punizioni e sofferenze. Non è finita, perché l’accanimento di Alvise continua anche dopo: costringe il giovane a bruciare il maglione sulla stufa e a dormire a petto nudo in cucina; imparerà cosa è il freddo e qual è il peso di una scelta, questa notte…

Il classe 1974 Filippo Tapparelli – studi letterari che si fanno vedere e sentire, malgrado sfoggi una prosa a tratti ostentatamente e volutamente sciatta ed esile – è fra gli ultimi prodotti di quel gigantesco e florido “talent letterario” ante litteram che da tre decenni è il Premio Italo Calvino. Il romanzo che vinse nel 2018 fu il suo L’inverno di Giona, con delle motivazioni che sentiamo di dover elencare perché ci possono essere utili per stabilire una prima connessione con l’opera: la grande forza visionaria, lo stile rarefatto, un allucinato mondo mentale che sconfina nel reale e che rende l’opera “un potente e struggente giallo analitico”. Della prosa consapevolmente poco elevata s’è già parlato qualche rigo prima, ma non abbiamo detto che si tratti per forza di un limite; è, semmai, la cifra distintiva di Tapparelli, che il meglio lo dà nelle sue descrizioni morbose e analitiche. Ciò che però forse risulta più interessante è lo stridente contrasto fra la rassegnazione del giovane e docile Giona e la personalità straripante del nonno, un uomo scolpito nel granito e apparentemente privo di debolezze, o di sentimenti verso il nipote. Il rapporto che li unisce è, più che parentela, un legame malato fra vittima e carnefice, inscindibilmente legati dalle sevizie. Alvise dichiara che punisce il nipote affinché impari, per insegnargli che tutto ha delle conseguenze, perché “la sapienza si acquisisce attraverso la sofferenza”, o ancora “diffida di chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica”. Queste frasi, queste massime, si adattano particolarmente a spiegare il concetto che anima tutta l’esistenza di Alvise, pedagogo di rara insensibilità, che si rifà inconsapevolmente al principio greco del pathei mathos, già caro ad alcuni tragediografi. Quello che sembra un assunto su cui basare la paideia, diventa invece giustificazione del sadismo, unico vero sentimento che anima il vecchio, che con la sua durezza esteriore e interiore pare difendersi dal freddo e dalla solitudine che regnano incontrastati sulla montagna. Un modello educativo perdente, se vogliamo concentrarci su questo aspetto. Tornando al contenuto, si ha l’impressione sin dalle primissime pagine che le cose sono giunte a un acme di crudeltà ormai insostenibile. Il lettore lo capisce da subito, perché Tapparelli non ci mostra l’evoluzione del male, le ragioni per cui Alvise è così duro e inflessibile: è così e basta, lo leggiamo e implicitamente lo accettiamo, sapendo che Giona dovrà inventarsi qualcosa per sopravvivere a quel modo di fare. E così è: Giona – che nella sua solitudine ha come unica compagnia la voce interiore della sua coscienza, in grado di pesare le circostanze e di suggerire le mosse – decide di staccarsi da quel rapporto malato, percorrendo un viaggio personale alla scoperta di chi è e qual è il suo passato, in un percorso onirico, spesso allucinato e deformante.



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