L’isola senza tempo

L’isola senza tempo

L’Istituto è un parallelepipedo rettangolo sforacchiato da alcune finestre che si susseguono con regolarità. Ogni finestra racconta di una vita che è sul punto di spegnersi e che si domanda se sta per affrontare l’ultima notte oppure l’ultimo mattino. Biagio spinge la pesante porta a vetri posta all’ingesso e saluta la portinaia, che, a seconda dell’umore del giorno, risponde con maggior o minor enfasi. Poi sale sull’ascensore che lo accompagna al secondo piano. Il reparto che ospita suo padre è a sinistra, oltre il vano scala accanto all’ascensore. C’è un salottino dallo stile un po’ retrò posto a mo’ di benvenuto e, più in là, tutte le camere. Tra il salottino e il corridoio c’è anche la stanza grande, quella in cui gli ospiti dell’Istituto trascorrono gran parte della loro giornata, consumando i pasti e guardando la televisione. A suo padre, però, della TV non importa quasi nulla, se si escludono i film con Don Camillo o con Amedeo Nazzari. Quando Angela, la pimpante operatrice in servizio presso la casa di cura, lo scorge, avvisa immediatamente Marcello che, alla vista dell’adorato pargolo, si solleva sul posto e attende che si avvicini, per poi abbracciarlo forte. Rimasto vedovo molto presto, l’uomo ha cresciuto da solo il figlio, che aveva sei anni quando è morta la madre, fingendo spesso di credere ai malanni di quel diavoletto che ogni mattina, quando era ora di andare a scuola, ne inventava uno diverso. Fosse stato scarso a scuola o poco portato per lo studio, suo padre avrebbe capito e si sarebbe forse rassegnato. Invece no, era bravo Biagio. Semplicemente l’idea di uscire dal tepore delle coperte e sacrificare le ore del mattino a scuola gli sembrava un’esperienza troppo devastante. E il papà, per farlo contento, finiva per fingere di credergli...

“Io penso che alla fine tutta la vita non sia altro che un atto di separazione. Ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio”. È in questa frase, tratta dal film Vita di Pi del regista Ang Lee e posta in esergo al romanzo di Gianluca Mercadante – classe 1976, di Vercelli – che si trova il senso ultimo della storia di Biagio e di Marcello, padre e figlio che riescono nella difficile impresa di concedersi un attimo per salutarsi come si deve, prima di accomiatarsi per sempre uno dall’altro. È una storia che trae origine da una porta che non si apre e che si conclude al di fuori delle pagine scritte; è una storia nata dall’esigenza di colmare quel vuoto che, spesso, è tutto ciò che resta quando si perde una persona cara; è una storia che rappresenta una seconda chance per i due principali protagonisti che la abitano. Biagio è un figlio, un figlio che non è padre, un figlio con pesanti ombre ad oscurare il suo cammino nella vita. Biagio è gay e vive una relazione non semplice con Andrea, sposato e con figli. Quando finalmente ai due si presenta l’occasione per uno scampolo di libertà, lontano dalle preoccupazioni e dai sotterfugi, il cellulare di Biagio suona e decreta un cambio di rotta, doloroso ma necessario. Urge la sua presenza nella casa di cura in cui suo padre Marcello, affetto da demenza senile, è ricoverato da anni. Ma Marcello non è ancora pronto per il suo viaggio senza ritorno. No, anzi. È prontissimo per un viaggio, ma vuole intraprenderlo insieme al figlio. La meta, d’altra parte, è nota ad entrambi. Si tratta dell’isola senza tempo, luogo immaginario da sempre teatro dei racconti del padre al figlio, quando questi era un bambino. L’isola è il luogo della memoria, in cui sono riposti tutti i segreti inconfessati. Solo lì c’è la possibilità di svelarsi completamente e darsi finalmente il giusto addio. In una vicenda sospesa tra realtà e fantasia, Mercadante offre al lettore un racconto pieno di fragilità e di coraggio, il coraggio di mettersi a nudo e di raccontarsi, il coraggio di accettare gli scherzi beffardi del destino e il coraggio di amare, incondizionatamente e senza pregiudizio. Uno sguardo inatteso sulle relazioni umane e sulla morte, carico di significati e di profonda dolcezza.



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