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L’odore del sangue

Roma, fine anni Settanta. Filippo ha cinquantacinque anni e fa lo psicoterapeuta, sua moglie Silvia cinquanta. Sono una coppia benestante e per certi versi annoiata, due radical chic che hanno di rado rapporti sessuali e si amano a loro modo profondamente ma molto platonicamente, anche se Filippo in realtà ha una vita sessuale variegata: da circa una decina d’anni infatti quando vuole parte per viaggi di piacere con altre donne, mentre Silvia rimane a Roma a struggersi “sublimando e non amando masochisticamente nessun altro”. Da qualche tempo addirittura l’uomo ha un’amante fissa, una ragazza molto più giovane di lui che abita nella località dove la coppia ha una casa di montagna, con “una sessualità normale ma fatta di magnifica carne colore e sapore del latte, e della stessa qualità sostanziale e perfino tattile”. Dopo qualche giorno in montagna, Filippo si annoia e vuole tornare a Roma da Silvia, dopo qualche giorno a Roma Filippo si annoia e vuole tornare in montagna dalla ragazza, e così avanti per mesi “in modo tra accidioso e ansioso, (…) consumando la vita”. Non passa giorno in ogni caso che Filippo e Silvia non passino ore al telefono a commentare l’attualità, a tubare o a parlare del loro rapporto alternando le tenerezze alle confessioni spiacevoli. D’un tratto una novità si insinua in questo matrimonio sbilanciato ma apparentemente consolidato: Silvia, che da sempre informa Filippo nei minimi dettagli di ogni sua attività svolta in solitaria, comincia a essere un po’ reticente, limitandosi a dire talvolta frasi come “Sono stata a cena con degli amici”, senza aggiungere altro. Poi informa civettuola il marito che un ragazzo la corteggia, un giovane che l’ha avvicinata per la strada: “Fascista per di più. Figurati, alla mia tenera età”. Che la pedina, che si apposta sotto casa loro per vederla: “Venticinque anni, potrei essere sua madre”. Dopo un po’ Silvia si lascia sfuggire un “Pensa che quel ragazzo che ti dicevo vuole mettersi a vivere qui, in casa nostra. L’ho cacciato via, gli ho detto che non lo voglio più vedere”. Questo significa che Silvia e il giovane fascista si vedono, che lui frequenta casa loro, che hanno una relazione, che fanno sesso. Le telefonate si susseguono inesorabili e Filippo si arrovella in mille pensieri angosciosi o capziosi. Tornare a casa a fare il marito geloso nonostante lui stesso stia passando settimane con l’amante? Affrontare il giovane fascista? Riconquistare sua moglie dandole ciò che evidentemente le manca o adattarsi alla nuova situazione, arrendersi alla morbosità e diventare un po’ voyeur? Silvia intanto inizia a raccontargli i particolari dei rapporti sessuali che ha con il ragazzo…

Goffredo Parise è morto nel 1986 per una grave patologia cardiovascolare. Ma il primo infarto, dopo qualche anno di angina pectoris e altri disturbi via via più allarmanti, lo ebbe nella primavera del 1979, a cinquant’anni. Quella stessa estate, costretto al forzato riposo che in quegli anni costituiva una delle poche terapie disponibili in quella situazione, scrisse un romanzo che chiuse in una busta, sigillò con piombini e ceralacca e chiuse in cassetto che riaprì solo poche settimane prima della morte e limitandosi a una rilettura senza correzioni. Il dattiloscritto di 196 cartelle, pubblicato postumo negli anni Novanta, era scritto di getto, come se – ipotizza felicemente Cesare Garboli (curatore del volume assieme a Giacomo Magrini) nella sua introduzione – Parise avesse “battuto a macchina questo romanzo senza mai guardare i caratteri lasciati dal nastro sulla pagina”. C’erano parole solo accennate, refusi, passaggi oscuri, ripetizioni eppure “il risultato non è uno scartafaccio confuso, informe o disordinato. (…) L’organizzazione del discorso è sempre coerente e precisa, la grammatica, la sintassi, la costruzione del periodo rispettate”. Parise, è vero, non aveva consegnato il manoscritto a nessun editore e quindi ragionevolmente lo riteneva imperfetto, magari progettava di correggerlo o magari no, ma certo sarebbe stato un peccato lasciare inedito un romanzo tanto efficace – se gli si perdona qualche incongruenza, qualche farraginosità e qualche ripetizione – nel fotografare il disagio di un certo tipo di uomo, di un certo tipo di coppia, di una certa borghesia nel governare le urgenze profonde dell’amore, del sesso e del possesso alla prova del tradimento. Un tradimento che in realtà nel romanzo di Parise è esperienza meramente maschile, nel senso che il protagonista del libro ha sempre approfittato con ferocia della passività della moglie, che idealizza con furba sfacciataggine (“(…) per vent’anni di matrimonio mi ha sempre visto fuggire e anche tradirla: non con la rassegnazione tipica delle mogli sottomesse e sotto sotto interessate, ma, a sua volta, con la trepidazione delle donne innamorate e [così romantiche da] considerare la fuga della persona amata come una sorta di romantica irraggiungibilità, di mistero, dunque di fascino”) e ora che lei – citando la frase che lui ha sempre utilizzato, “Non esistono esclusive” – lo tradisce, lui non se ne capacita, non sa rassegnarsi. Spiazzato dal desiderio della donna (la voglia di vita e carnalità violenta che lui chiama “l’odore del sangue”, appunto), gioca un’ultima carta tentando di impossessarsi anche di questo rapporto, di inglobarlo nel suo dominio sessuale assumendo in un certo senso il ruolo del “cuckold”, fino allo spaventoso finale, che conferma e giustifica peraltro la visione maschilista del protagonista, perché la donna che si è abbandonata alla carnalità selvaggia viene “punita dagli dèi”, in un certo senso, guarda caso paga la sua libertà sessuale con la vita. Vista da fuori, la storia di Filippo e Silvia è un elegante apologo sulla decadenza della borghesia “liberal” (oggi forse Parise avrebbe scelto per la stessa storia un giovane immigrato, in quegli anni, al tramonto dei Settanta, un estremista di destra brutale, ottuso e violento era perfetto per incarnare il “cattivo selvaggio”, la forza della natura che sfugge a ogni controllo razionale, che sovverte la civilizzazione borghese che è inevitabilmente anche castrazione), un progetto di disvelamento per “rendere chiara l’ossessione, ossessiva la chiarezza”, come osserva Giacomo Magrini nella sua nota al testo. Un romanzo potente, che induce inevitabilmente a riflettere sulla propria sfera amorosa e sessuale, a guardarsi dentro, raffinato e per certi versi lugubremente sexy, ma anche terribilmente irritante. Nel 2004 il regista Mario Martone ha tratto dal libro un film interpretato da Michele Placido e Fanny Ardant.