L’oscurità bianca

Henry Worsley, ufficiale in congedo dello Special Air Service, un’unità speciale dell’esercito britannico, scultore dilettante, pugile, fotografo, orticoltore, collezionista di libri rari, mappe e fossili e infine esploratore polare, era figlio di un eroe della Seconda guerra mondiale, Richard, nominato Generale nel 1979. A tredici anni si imbatté in una copia di Alla conquista del Polo Sud di Ernest Henry Shackleton, resoconto del “tentativo coraggioso quanto sfortunato” di raggiungere il Polo Sud tra 1907 e 1909, la cosiddetta spedizione Nimrod. Conquistato dalla storia del celebre esploratore polare, cominciò a leggere tutto il possibile su di lui, scoprendo una cosa clamorosa: Frank Worsley, “membro fidato di una delle spedizioni di Shackleton”, era un suo lontano parente. Entrato ala Royal Military Academy Sandhurst per frequentare il corso allievi ufficiali, Henry non abbandonò la sua passione per le esplorazioni polari, anzi per lui Shackleton diventò “qualcosa di più di un eroe”: “Guardavo a lui come a un mentore. Avevo diciannove anni e non avevo mai guidato altri uomini, così credevo che non ci fosse un esempio migliore da seguire del suo”. Eppure il percorso di Ernest Shackleton fu costellato di fallimenti. La sua prima spedizione polare è datata 1901: era guidata da Robert Falcon Scott, ufficiale della Marina britannica molto preparato ma anche “intransigente, freddo e dispotico”. La parte finale della spedizione prevedeva una marcia di quasi 1300 chilometri verso il Polo sud, un “lungo e solitario cammino verso l’oscurità” e per accompagnarlo Scott scelse proprio Shackleton ed Edward Wilson. Il 31 dicembre 1902, ad ancora 480 chilometri dal Polo, Scott diede l’ordine di abbandonare l’impresa e tornare indietro: le condizioni erano troppo proibitive, i tre sarebbero andati incontro a morte certa. In uno dei frequenti momenti di tensione, Scott definì i suoi due compagni “maledetti idioti” e Shackleton gli rispose: “Lei è il peggior idiota del gruppo”. Segnato da questo fallimento, per quattro anni Shackleton preparò una nuova impresa polare, la suddetta spedizione Nimrod. Questa volta, lui e i suoi tre compagni si spinsero più vicini al Polo sud di quanto nessun uomo prima fosse riuscito a fare, 97 miglia nautiche, circa 180 chilometri. Anche Shackleton si era dovuto ritirare, ma aveva imparato molte cose, soprattutto sulla gestione degli uomini in condizioni di estrema tensione e pericolo…

Pubblicato originariamente sul “New Yorker” in due puntate a febbraio 2018, L’oscurità bianca è il racconto – fatto precedere dall’autore, il giornalista statunitense David Grann, da una lunga digressione sulla vita e le imprese di Ernest Henry Shackleton – delle spedizioni antartiche di Henry Worsley, l’ultima delle quali finita tragicamente. Soprattutto la prima ha rappresentato un momento memorabile dell’esplorazione polare. Nel 2004 Worsley, dopo una brillante carriera militare e svariate puntate in sport estremi e avventure di vario genere, fu infatti contattato da Alexandra Shackleton, nipote dell’esploratore, che il militare aveva conosciuto anni prima ad un’asta da Christie’s. La donna lo informò che Will Gow, pronipote di Shackleton, stata organizzando una spedizione al Polo Sud per celebrare il centenario della spedizione Nimrod. Nella “visione” di Gow, alla spedizione avrebbero dovuto partecipare soltanto discendenti dei membri originari, con il dichiarato scopo di portare a termine l’impresa che il 9 gennaio 1909 aveva dovuto essere interrotta, a poca distanza dalla meta. Dopo un durissimo allenamento durato anni e una ancor più ardua raccolta di più di 400.000 dollari di finanziamento da parte di vari sponsor, Worsley e Gow, affiancati da Henry Adams, giovane avvocato bisnipote di Jameson Boyd Adams, comandante in seconda della spedizione Nimrod, riuscirono ad effettuare una trionfale traversata di 66 giorni che li portò al Polo Sud. Nel 2011 Worsley ripeté l’impresa seguendo le orme di Roald Amundsen, che per primo nel 1912 aveva raggiunto il Polo Sud. Il militare è purtroppo morto nel 2016, a soli 55 anni, tentando di effettuare la prima traversata dell’Antartide in solitaria. Il libro di Grann è perfetto nel dare l’idea al lettore della forza motrice del sogno antartico che ha spinto quest’uomo oltre le sue capacità e le sue forze: si alternano nella lettura momenti appassionanti e altri più faticosi e opachi in quello che sembra essere sostanzialmente un omaggio a Henry Worsley, omaggio per carità meritato ma a tratti dai toni anche un filino imbarazzanti: per esempio quando si raccontano fatti di vita privata come se si trattasse di eventi unici, memorabili, da film.



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