L’ultima corriera per la saggezza

Nella stazione di Gros Ventre, Montana, un ragazzino di undici anni sale su una delle corriere Greyhound che attraversano gli Stati Uniti in lungo e in largo. È il 16 giugno del 1951 e sta per cominciare un viaggio lungo due mesi e milleseicento miglia verso la “Terra Promessa”, il West. Intanto, occorre raggiungere il Wisconsin, dove lo attendono zii sconosciuti, mai visti prima. Orfano, quel bambino dai capelli rossi, Donal Cameron, era stato allevato dalla nonna; quando questa dovrà subire un’operazione dagli esiti incerti, ecco la decisione improvvisa e un altro radicale cambiamento: una nuova dimora, forse una famiglia, con un carico di “responsabilità più grandi di quanto potesse sopportare”. Sui vari bus che lo porteranno, di tappa in tappa, sempre un po’ oltre, verso la mitica costa occidentale degli States, Donal incontra personaggi fuori dall’ordinario e inventa storie altrettanto bizzarre. Cowboy e indiani, suore e viaggiatori vagabondi, cameriere e vecchie signore corpulente, banditi e sceriffi fino al fatidico incontro con un bel ragazzo che dice di essere uno scrittore, impegnato in un viaggio senza confini: Jack Kerouac. Da avido e precoce lettore, Donal aveva saccheggiato tutti i volumi Reader’s Digest trovati nel ranch dove la nonna lavorava come cuoca. Attraverso quei libri sintetizzati, classici della letteratura mondiale dati in pasto al popolo illetterato in formato ridotto e semplificato, aveva capito che la vita immaginata era di gran lunga più vivida e interessante di quella vissuta. Decide di inventarsi un papà redattore, ri-scrittore di quei libri: l’espediente riesce a farlo diventare immediatamente popolare e simpatico ai compagni di viaggio in corriera. Racconta loro questa storia e in cambio chiede un pensiero scritto, una firma, sul suo libro delle dediche. Come un talismano o un feticcio, porta l’album con sé dall’ultimo giorno di scuola: vi conserva versi estemporanei e dichiarazioni di vario genere, da stringere al cuore nelle notti sulla strada, mentre il Greyhound valica un confine dopo l’altro…

Quando questo romanzo viene pubblicato negli Stati Uniti, il suo autore scompare. Ivan Doig, ultrasettantenne, aveva trascorso gli ultimi tempi della sua esistenza raccontando se stesso da ragazzino. Facile comprendere perché: si trattava di una vicenda che davvero aveva già le sembianze di un romanzo epico. Il filone “on the road” della letteratura americana e quello, affine, delle “vite a perdere” - come quelle dei tanti personaggi di Steinbeck, Faulkner, Melville - è inesauribile, come inesauribili sono le storie che nascono viaggiando. E quell’America è sempre lì sconfinata, invitante, promettente. Ed è per tutti: per chi cerca redenzione e per chi insegue un ideale, per gli insofferenti e per i felici, in solitaria o fra amici. Per coloro che, tutto sommato, inseguono l’avventura, perché dell’avventura non ci si stanca mai. Ivan Doig, che deve aver attraversato un’esistenza molto, molto simile a quella di Donal, in fin di vita riesce a rendere tutto questa mitologia con un romanzo vivace, tenero, caloroso: un inno alla vita che ricomincia in ogni istante. E si comprende come non sia eccessiva la parola “saggezza” nel titolo. Il talento e la voce autorevole di Doig sono state ben celebrate in Patria; dei suoi sedici romanzi, solo due sono stati pubblicati in italiano, entrambi da Nutrimenti. Che ha avuto una cura particolare, forse anche affettuosa: le “dediche” che il protagonista raccoglie nel suo album sono state tradotte dal poeta Pasquale Panella, paroliere (tra gli altri) di Lucio Battisti.

 


 

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