L’ultima notte di Willie Jones

Ottobre 1943: nei pressi di St. Martinville, Louisiana, è ormai sera e un furgone giunge a una stazione di servizio. Nell’abitacolo ci sono Lane e Seward. Lane è un galeotto che sta scontando dodici anni per omicidio nel carcere di Angola. Per quella sera, è fuori per buona condotta. Deve accompagnare Seward, una guardia, al carcere di St. Martinville: a mezzanotte, un “negro verrà fritto”. I due devono portare la “Feroce Gertie”, la sedia elettrica. Una volta ripartiti, alla stazione rimangono solo Dale e Ora. Dale odia i neri e ama Ora. Ora vuol bene ai neri e vuol bene a Dale. Sono ormai mesi che non si parlano, da quando Tobe, il loro unico figlio, si è arruolato come volontario per andare in guerra. Nel frattempo, nel carcere di St. Martinville, c’è il “negro che dovrà essere fritto”, Willie Jones. È stato prima accusato e poi incriminato di aver stuprato una ragazza bianca e dovrà pagare con la pena capitale. A condurre le indagini è stato il procuratore distrettuale Polly il quale, da quando ha sentenziato a morte il ragazzo, ha perso ogni credibilità davanti agli occhi di sua moglie Nell. A mezzanotte, quando Wille sarà giustiziato, non sarà presente Elma, sua madre, ma sarà presente Frank, suo padre, che lentamente, dopo aver comprato una lapide, sta facendo ritorno a St. Martinville…

È il 3 novembre 1945 quando Willie McGee viene arrestato ad Hattiesburg, nel Mississippi. Apparentemente, due persone lo hanno riconosciuto come l’autore di uno stupro avvenuto il giorno prima. Verrà giustiziato su una sedia elettrica l’8 maggio 1951, nonostante per tutto il tempo abbia continuato a dichiararsi innocente. Il 3 maggio 1946, Willie Francis, reo di aver ucciso un uomo, si appresta a essere folgorato, ma qualcosa va storto e non muore: la “Gruesome Gertie” (Feroce Gertie) è stata impostata male dalla guardia carceraria incaricata. La sedia elettrica non mancherà tuttavia di svolgere il proprio dovere il 9 maggio dell’anno seguente, mettendo dunque fine alla vita di Willie Francis. Willie Francis Must Die Again (2006) è il documentario in cui è riportata la storia del primo uomo sopravvissuto all’elettro-esecuzione. L’ultima notte di Willie Jones, ultima fatica della scrittrice americana Elizabeth Hartley Winthrop (da non confondere con l’omonima Elizabeth Winthrop Aslop), prende spunto da entrambe le vicende. Chiaro omaggio al capolavoro di Harper Lee, Il buio oltre la siepe, con il quale ci sono non poche affinità, il romanzo della Winthrop si pone due questioni, alle quali risponde tra le righe nel corso dell’opera. Qualunque sia il crimine commesso, la pena di morte rappresenta una giusta punizione? E poi, “può lo Stato giustiziare un uomo due volte?”. Ambientato nell’America degli anni ’40, L’ultima notte di Willie Jones inscena inoltre l’assurdità delle “Jim Crow laws” (1877-1964), leggi nate con lo scopo di creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, assecondando il motto “separati ma uguali”. Per intenderci: quando Rosa Parks, nel 1955, si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco, infranse proprio quelle leggi. Non è un caso poi che la Louisiana, Stato in cui al giorno d’oggi è ancora in vigore la pena di morte, sia il luogo scelto per la narrazione della vicenda. Insomma, L’ultima notte di Willie Jones mette molta carne al fuoco, offrendo svariati spunti di riflessioni, sia storici che contemporanei. C’è tuttavia una cosa che si staglia al di sopra delle altre: l’universalità del dolore. Nel corso del romanzo, il dolore è il tessuto che connette tutti i personaggi, non guardando in faccia né all’età, né al genere e tantomeno alla razza. Tutti soffrono, scrive implicitamente la Winthrop, e questa sofferenza comune è un qualcosa di più primitivo e unificante di qualunque (apparente) divergenza possibile.

 


 

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