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L’ultima sposa di Palmira

1980, martedì 25 novembre. La dottoressa Pettalunga - insegnante di antropologia all’Università di Milano, che da un po’ di tempo, quando accadono disastri naturali, si precipita nelle zone colpite con la scusa dei soccorsi - è arrivata a Palmira dopo un viaggio non proprio confortevole, dal momento che è stata costretta a percorrere una parte di tragitto a piedi, dopo che la linea ferroviaria è stata interrotta. L’antropologa ha costeggiato l’asfalto delle strade senza incontrare alcuna vettura, in quella necropoli a cielo aperto che è Palmira. Sotto una tettoia di legno ha trovato il quartier generale: il sindaco, gli assessori, i carabinieri insieme a geologi, ingegneri e crocerossine. Accanto a loro Vito Gerusalemme disegna figure su un foglio. Mastro Gerusalemme, falegname dall’età indefinita (potrebbe avere settant’anni, ma anche ottanta) è l’unico a disobbedire all’ordine di abbandonare Palmira, perché ha un compito importantissimo da portare a termine. Quando infatti la Pettalunga esprime il desiderio di parlare con lui, il falegname la invita a seguirlo, perché non ha tempo da perdere. Appena entrati nella falegnameria di mastro Gerusalemme, questi si precipita ad accarezzare l’armadio che si trova coricato sul bancone. Sulle ante, ci sono disegni di uomini con i cappelli sugli occhi e le mani in tasca, insieme a donne armate di forcone. L’antropologa osserva quei disegni con meraviglia e Gerusalemme le spiega che quei mobili sono destinati a Rosa Consilio, l’ultima sposa di quel paesino. Rosa gli sta a cuore come fosse una figlia; non ha mai conosciuto i suoi genitori ed è sempre vissuta in casa di Augusto Colè, la stessa casa in cui, nelle stanze esposte allo scirocco, in tempi remoti risiedeva Patriarca Maggiore, il fondatore di Palmira, insieme alle sue dieci mogli e ai quaranta figli…

È una Lucania antica, magica e piena di mistero quella che Giuseppe Lupo - autore che spesso ambienta i suoi romanzi nella sua terra d’origine - regala al lettore in questo romanzo. Mentre le pagine scorrono, si ha la sensazione di trovarsi in uno dei tanti paesini di cui l’Italia è ricca, di attraversarne i vicoli che si intrecciano l’un l’altro, di annusarne gli odori, di ammirarne i colori e di ascoltarne le storie. E proprio in un paesino, talmente minuscolo da non essere indicato neppure sulle carte geografiche, si snoda la vicenda dei protagonisti: un’antropologa milanese - che vive all’interno di un tempo certo e scrive un diario in cui annota con precisione ogni cosa - si reca a Palmira, subito dopo il terremoto che colpisce Basilicata e Irpinia nel 1980, e trova null’altro che macerie, un vero e proprio “purgatorio senza Dio”. Solo una falegnameria non ha ceduto alla furia cieca del terremoto, è rimasta in piedi e ospita un falegname che fabbrica senza risparmiarsi il mobilio per una sposa d’eccezione, l’ultima del paese. Il falegname, che è profeta, indovino e grande affabulatore- oltre che personaggio che abita un tempo senza tempo- cesella sulle ante dei mobili che sta realizzando, come se fosse l’ultimo testimone rimasto, la storia di quel piccolo borgo, una storia che narra di un mondo che ha conosciuto una propria evoluzione durante i secoli, a cominciare dalla sua fondazione mitica, avvenuta in un’epoca lontanissima per mano di un uomo proveniente da Oriente, fino alle ultime ore precedenti il terremoto. Il racconto del falegname, una sorta di Virgilio della Lucania che accompagna l’antropologa nel suo viaggio attraverso le tradizioni e le leggende, mescola realtà e sogno, mentre il dialogo tra i due protagonisti - che raccontano di vita e di morte, di solitudine e di speranza, di segreti e di avventure - diventa specchio del dialogo tra scienza e mito. Il linguaggio utilizzato, che attinge in egual misura dalle tradizioni leggendarie e dalla realtà, arricchisce la vicenda di suggestioni cariche di poesia e tenerezza, che mitigano il senso di disperazione e sconfitta legato ad una delle più violente tragedie naturali che hanno colpito il Bel Paese.