L’ultimo giorno di un condannato

L’ultimo giorno di un condannato

Nella prigione di Bicêtre, cittadina nei sobborghi meridionali di Parigi, vi è un condannato a morte. Da cinque settimane si trova in quello squallido posto in attesa di essere decapitato dalla ghigliottina nella placard, ossia in Place de Grève. Durante il suo ultimo giorno di vita, il detenuto decide di mettere nero su bianco delle riflessioni sulla propria miserabile condizione, fisica e psicologica, rammentando le vicissitudini che lo hanno trasformato in un “dead man walking”. Ricorda il processo, durante il quale ha visto una giuria composta da persone allegre e sorridenti condannarlo al “ritiro nell’abbazia di Mont’à Regret” – alla ghigliottina. Descrive poi l’arrivo a Bicêtre, la camicia di forza, la cella putrida, il cibo fetido, i rumori molesti e la dissonante gentilezza dei medici e dei gendarmi. Trovano anche spazio i ricordi di una vita vissuta onestamente fino al giorno del crimine infausto, e l’apprensione di lasciare senza figlio sua madre, senza marito sua moglie e, soprattutto, senza padre sua figlia...

Le dernier jour d’un condamné è, tra la ricca e florida produzione letteraria di Victor Hugo, forse l’opera meno conosciuta e allo stesso tempo, assieme al capolavoro assoluto Les Misérables, quella più politica. Pubblicato per la prima volta anonimamente nel 1829, questa specie di diario è oggetto di numerose critiche, che si focalizzano maggiormente sulla mancanza di azione e sull’assenza di particolari – non vengono rivelati né il nome del condannato né il crimine che avrebbe commesso – che ne minano l’efficacia sociopolitica. Per rispondere alle critiche e per donare al suo romanzo una nuova forza argomentativa, Victor Hugo appone, nel 1832, finalmente la sua firma al libro, aggiungendovi una brillante prefazione. In essa lo scrittore Romantico descrive L’ultimo giorno di un condannato (esistono edizioni italiane con il titolo L’ultimo giorno di un condannato a morte) per quello che realmente è, e cioè “un’arringa, diretta o indiretta, come si preferisce, per l’abolizione della pena di morte”, rivolta a “qualunque giudice”. A tal scopo, Hugo elimina “ovunque nel suo soggetto il contingente, l’accidentale, il particolare, lo speciale, il relativo, il modificabile, l’episodio, l’aneddoto, l’evento, il nome proprio”, patrocinando la causa di “un condannato qualsiasi, giustiziato un giorno qualsiasi per un crimine qualsiasi”. Quella di Hugo non è una perorazione specifica di un caso, ma un appello politico, culturale, sociale e universale rivolto al Parlamento francese, affinché la società non si macchi nei confronti dell’individuo del delitto del quale l’individuo si è macchiato nei confronti della società.



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