L’ultimo marinaio

L’ultimo marinaio

Matias Holm abita a Noss, una delle innumerevoli isolette nel mare della Norvegia. È l’unico luogo che conosce, l’unico luogo dove vuole restare. Il mare è tutta la sua vita, lo ama con passione eppure lo teme quel mare che gli ha portato via il padre, quando era solo un bambino. Il “Marlin”, una barca di legno costruita dal padre a mano, è la sua eredità. Mattias ha un sogno: vuole aprire una scuola per diventare marinai come una volta, una scuola dove gli allievi possono entrare e uscirne quando si sentiranno pronti, aperta tutto l’anno, dove imparare a navigare e a vivere. Il suo sogno si concretizza quando Jonas, il suo amico del cuore, rimane a sua volta orfano di entrambi i genitori e mette a disposizione la sua casa in riva al mare per creare la scuola. I due giovani acquistano altre imbarcazioni, scelgono i maestri ed è così che Mattia incontra Tomas, un capitano silenzioso che conosce il mare e la vita. Tra i due nasce un’amicizia forte, Tomas è un uomo vigoroso e pieno di coraggio, tanto da sfidare un terribile tempesta per salvare un giovane che per sbaglio era stato lasciato su un isolotto durante un’uscita del “Marlin”. L’uomo è misterioso, ma anche capace di una tenerezza inaspettata, di una fragilità nei confronti del mondo che lo rende cupo e silenzioso. Navigazione dopo navigazione, notte dopo notte, sotto i cieli che si illuminano di luci sinuose e cangianti, tra Tomas e Matias si stringe una amicizia profonda, un legame di anime. Matias e gli allievi imparano che fare parte di un equipaggio, che significa lavorare insieme, collaborare e proteggersi, significa affrontare il vento e le correnti contando sugli altri, come una grande famiglia, sulla quali appoggiarsi con fiducia, in qualunque momento…

La storia di Matias viene narrata in prima persona dal protagonista stesso in flashback. Matias è anziano e vedovo da poco tempo, è in procinto di dare in eredità la sua scuola per marinai al figlio, e ritorna indietro nella sua vita per narrare l’inizio di quell’avventura. Questa scelta narrativa espande su tutto il racconto una soffusa nota di tenera e melanconica tristezza. Lo stile scelto dall’autore è molto curato, attento alle parole, capace di grande liricità nella descrizione del mare e dell’ambiente norvegese. Si legge in trasparenza il suo amore per quel mondo incontaminato. I paesaggi algidi sembrano stemperare tutti i sentimenti, ma sottolineano la piccolezza dell’uomo nei confronti della forza della natura. Il mare sferzato dai venti che all’improvviso trasformano il mare nella grande forza dalla quale bisogna salvarsi. Eppure, l’uomo, così piccolo e ininfluente tra i marosi e sotto i cieli immensi, sa essere anche un tiranno, un padrone inesorabile e spietato: “Non è del mare che bisogna avere timore, ma dell’uomo”, dice Tomas e, negli occhi del marinaio, si legge la rabbia e la tristezza di chi è testimone dello scempio di cui l’uomo è capace. I pomeriggi sono tratteggiati con nitidezza e le loro storie sono narrate attraverso particolari che li rendono unici e riconoscibili. Un romanzo che si legge con il cuore leggero, rapiti dalla bellezza dei luoghi selvaggi che vengono descritti con pennellate decise e lineari, in cui l’uomo è solo un minuscolo elemento. Un rincorrersi di scene concitate, come un mare in tempesta, pauroso, spumeggiante, veloci fino al parossismo e pagine di bonaccia in cui i sentimenti, le emozioni, le storie dei personaggi tengono la scena. Il mare della vita. Andrea Ricolfi è un giovane matematico che ha fatto un dottorato di ricerca in Norvegia, dove ha vissuto per quattro anni, dove ha fatto esperienza di un nuovo modo di vivere il mare e dove si è appassionato di vela. Il romanzo è frutto di questa importante esperienza di vita dell’autore.



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