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L’ultimo ritorno

L’ultimo ritorno

Una vita tranquilla quella che Lucio Mantovani, insegnante di lettere quarantenne, ha vissuto e vive in un paesello lombardo; la moglie Gisella, proprietaria d’una boutique e figlia d’un noto imprenditore locale è, assieme a quest’ultimo, la mente contabile ed amministrativa del ménage, che procede senza urti e scossoni. Il figlio della coppia, cinque anni, è accudito da una governante e dalla madre di Lucio, che abita nei pressi. Una vita ordinaria e senza pensieri, quasi programmata da sempre, forse programmata da altri. Cosa poteva fare? Andarsene ed abbandonare anche lui sua madre? Fare la stessa cosa che ha fatto suo padre lasciando la famiglia quando Lucio era piccolo per andarsene a Milano ed inseguire le sue passioni letterarie fregandosene di tutto e di tutti? Quando poi quel padre, nei loro rari incontri spinosi e sporadici, aveva provato a far digerire al figlio la sua relazione con un’altra donna, era stato troppo: era il diciottesimo compleanno di Lucio e questi aveva ricambiato la moto ricevuta in regalo con tanta rabbia ed un addio definitivo a quell’uomo detestato. Ora quell’uomo, quell’estraneo, è morto e tocca a Lucio, unico erede, recarsi in un’afosa Milano per sgomberarne l’appartamento e firmare tutti i documenti che il caso richiede. Svuotare in fretta la casa e metterla in vendita, riempire gli scatoloni senza stare troppo a guardare: madre, moglie e suocero sembrano tutti d’accordo. Invece è una strana inerzia quella che impaluda Lucio in quella Milano appiccicosa e deserta: combattuto tra repulsione e curiosità, non riesce a decidersi ad archiviare tutto e cancellare definitivamente qualcosa che forse credeva solo di aver cancellato... basta uno sguardo ad una foto che lo ritrae assieme al padre per cercare d’interpretare, volente o nolente, lo sguardo di quell’uomo... qualche libro, i suoi appunti, figure inquietanti che sbucano dal passato... Lucio comincia ad inventare scuse e bugie per procrastinare il suo ritorno a casa mentendo alla moglie che lo pressa per sbrigarsi, liquidare tutto e tornare al paese: ma come spiegarle che non ha ancora riempito uno scatolone, che ha ripreso a fumare, che ha incontrato una ragazza, che s’è ubriacato e che... ma perché lo pressano? Perché per l’ennesima volta sono gli altri a decidere al posto suo? Non è che forse le cose con suo padre non stanno esattamente come gliele hanno raccontate?

Difficile staccarsi da L’ultimo ritorno per più di qualche ora, al pari di Lucio che non riesce ad allontanarsi da quell’appartamento impaludato in un’apparente inerzia. È come stare sdraiati con le mani dietro la nuca e notare una macchietta sul soffitto, poi un’altra ed un’altra ancora; distogliere lo sguardo e notare che la macchia s’è allargata ed ha preso l’angolo per affiorare nella stanza accanto... magari non si riparerà la falla, ma non si può non continuare a guardare il progredire delle infiltrazioni. Tutto sembra fermo, eppure sarà un diluvio, lo si avverte fin dalle prime pagine. Romanzo familiare? L’inganno delle esistenze “ordinarie” e le ipocrisie di provincia? Il sacrifico dei padri silenti che per il bene dei figli assecondano persino le menzogne che li condannano? C’è tutto, compreso uno sviluppo giallistico dal quale, al pari del protagonista, non ci si può sottrarre, se d’intreccio giallistico si può parlare anche per romanzi come Il carteggio Aspern di Henry James: l’intramontabile slow burning alimentato dalla mano invisibile di una scrittura esperta e seducente. Solo due le pagine di cedimento: le sole due scene erotiche che, quando si indulge al descrittivo –vale per tutti i narratori- costringono ad avvalersi di quella gamma di verbi ed aggettivi che, essendo limitata, suona falsa, anche se con le migliori intenzioni. Da seguire invece col coinvolgimento e l’apprensione della pagina a seguire, del “cosa c’è dietro l’angolo”, tanto le divagazioni che l’io narrante censura sempre meno, quanto gli avvenimenti che, sin dal principio, sono un accumulo di premesse e promesse.