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L’unico figlio

Sono il bambino nuovo! Così Olav si presenta agli operatori della casa famiglia “Sole di primavera” nella quale è stato mandato dagli assistenti sociali. Ha il capo completamente rasato da un lato, la bocca imbronciata, una giacca a vento di una taglia più grande che gli sta lunga ma in vita è addirittura stretta, i pantaloni che gli stringono sulle cosce. Ha dodici anni ma è un bambino grosso e grasso che incute soggezione. La mamma lo ha partorito da sola poiché il padre esattamente il giorno dopo il concepimento si è ammazzato in macchina, imbottito di alcool. Alla sua nascita si è subito accorta che c’era qualcosa di diverso rispetto agli altri neonati. Ricorda che era enorme e inquietante e che invece di sentire tenerezza nei confronti di questo bambino capì di essere incapace di affezionarsi a quella massa di carne umana. All’interno della struttura sono ospitati otto bambini, la direttrice Agnes è una donna accogliente ma decisa, aiutata nella gestione dei bambini e dei loro conflitti da due operatori Christian e Maren. Olav non l’ha presa bene, si sente in carcere e non capisce perché sia stato allontanato dalla madre. Del resto è solo un bambino, anche se a guardarlo non si direbbe. Agnes capisce che Olav prova un sentimento molto vicino all’odio e comprende dopo ventitré anni di servizio cosa vuol dire essere allontanati a forza dalla famiglia, essere persone perseguitate dall’intero apparato burocratico. Maren riesce a entrare in contatto con quel bambino aggressivo e sempre affamato pur trasgredendo alle regole rigide imposte da Agnes e crea con Olav una complicità. Tutto sembra precipitare però quando Agnes viene trovata accoltellata nel suo ufficio e Olav è scomparso…

Nei romanzi di Anne Holt non è strano incontrare storie che parlano di bambini e di adolescenti in quanto nei suoi scritti lascia molto spazio a indifesi e spesso giovanissimi protagonisti. Giovanissimi che però in questo libro non sono descritti solo come innocenti ma con tanti lati oscuri. L’autrice riesce a tratteggiare gli aspetti psicologici di ogni personaggio unite alle fragilità della stessa detective. Degno di nota è il riuscito dialogo interiore della madre e del figlio che le consente di accendere una luce sui sentimenti di questa madre che oscilla fra affetto e paura nei confronti del ragazzino, riuscendo quindi nell’impresa di raccontare l’orrore che si nasconde spesso nei legami in famiglia e l’ambivalenza presente nella relazione fra madri e figli. Anne Holt, giornalista e avvocato norvegese, ha collaborato con la Polizia di Stato della Norvegia ed è stata Ministro della Giustizia. La sua strada di scrittrice inizia nel 1993 con La dea cieca, nel quale troviamo l’ufficiale di polizia Hanne Wilhelmsen, protagonista anche di questo romanzo. Anne Holt è molto conosciuta nel suo Paese come giallista e, tramite le sue detective sempre così determinate, eleganti e a tratti dure, descrive aspetti della società norvegese molto poco conosciuti o a volte ammantati di un fascino tollerante e comprensivo che non sono all’altezza della dura realtà che invece emerge in ogni pagina.