L’uomo che faceva le scarpe alle mosche

L’uomo che faceva le scarpe alle mosche

“Che le posso dire… quello che abbiamo trovato a sua mamma nelle scorse settimane è un male da cui non si guarisce...” Mentre la dottoressa pronuncia la diagnosi, l’uomo guarda la sua anziana madre seduta nella sala d’aspetto che, ignara, attende il figlio. Minuta, un po’ malferma, Elena è una donna nata negli anni trenta, salita dalla Sicilia a Milano dopo la fine della guerra. Qui ha incontrato Peppino detto il Pep, che sposerà negli anni cinquanta andando ad abitare nella “curt del Cairo”, dove l’uomo è nato e cresciuto. Una corte popolosa come il Cairo in Egitto e dove i vicini hanno nomi strani come Gina “pettogrosso”, Arnaldo “El barbè” e “Il Pantera”. Peppino, per tanti anni ha lavorato alla Garelli, durante il boom produttivo del Mosquito, il famoso motorino da applicare alle biciclette, talmente abile al tornio da vantarsi con gli altri operai di essere in grado di fare le scarpe alle mosche. Seppure di origini molte diverse, Elena e il Pep hanno avuto un’infanzia dura, segnata dalle vicissitudini della Seconda guerra mondiale, che ha cambiato per sempre il profilo di paesi e la vita di intere famiglie. Elena ricorda la paura della gente per l’arrivo degli alleati in Sicilia, il timore che il nuovo esercito potesse essere peggiore di quello che se ne è appena andato e l’incontro con un paracadutista americano, finito nel posto sbagliato. Pep, invece, antifascista come sue padre, non è mai sceso a compromessi e, durante la resistenza, si è dato alla macchia sei mesi prima di tornare a casa e riprendere il lavoro. La loro è una storia d’amore d’altri tempi, una storia dentro la Storia, che la madre, con nostalgia, racconta a un figlio mentre, una volta usciti dall’ospedale, fanno ritorno a casa…

Filippo Penati, in passato presidente della Provincia di Milano e sindaco del comune di Sesto San Giovanni, dopo il romanzo noir La casa dei notai, classico giallo all’italiana dagli ingredienti semplici e senza grandi colpi di scena, dedica il suo secondo libro per la Nave di Teseo a due figure simboliche del secondo dopoguerra. Un uomo e una donna che lottano per restare assieme e che si incontrano dopo aver attraversato, ciascuno con il proprio bagaglio di sofferenze, un conflitto che li coinvolge mentre ancora non sanno niente l’uno dell’altra. Il loro incontro, la loro relazione e la costruzione di una famiglia è dunque la narrazione di una storia che si inserisce in un altro quadro più grande, quello della Storia italiana del secondo Novecento. Un mondo difficile, durante il quale le industrie prima fioriscono dando lavoro e poi vanno in crisi, compromettendo la sopravvivenza di molti nuclei famigliari. Elena e Pep dovranno lottare anche contro questo conflitto sociale, restando però sempre assieme. Ed è una considerazione, malinconica ma affettuosa, che un figlio si trova a fare solo nel momento in cui la vita di sua madre sembra giunta a un termine, con un orizzonte molto vicino. Ricalcando lo stile del precedente, scorre su binari lenti e sicuri, una memoria che non ha fretta di arrivare o colpi di scena da offrire, ma che vuole essere pura testimonianza di un mondo, e forse di persone, che non esistono più. Sembra però che qualcosa manchi, alla fine. Un passo ancora, per dire qualcosa in più. Forse volutamente lasciata in sospeso, la storia di Elena e Pep avrebbe avuto bisogno di un ingrediente diverso, per dare più gusto al romanzo.



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