L’uomo che guardava passare i treni

È notte nella cittadina olandese di Groningen. Mancano pochi giorni a Natale e, all’interno della sua armoniosa villa situata nel quartiere più piacevole della città, il quarantenne Kees Popinga, come tutte le notti da quindici anni a questa parte, si gode il tepore (grazie alla stufa di prima qualità) del suo salotto mentre si appresta a fumare il sigaro e ad ascoltare la radio. Gli fanno compagnia la moglie, maman, e la figlia quindicenne Frida, mentre la domestica è indaffarata a rassettare la cucina. Il figlio Carl, di 13 anni, invece, ha già dato loro la buonanotte porgendogli, come ogni notte, la fronte per un bacio. Prima di andare a letto, Kees Popinga esce di casa per verificare se il rifornimento di nafta alla nave “Ocean III” è a buon punto e incontra in un bar il suo principale, Julius de Coster, che gli annuncia il futuro fallimento della ditta e la sua conseguente fuga. Ma Julius, completamente ubriaco e conscio del carattere abitudinario di Kees che si lascia scivolare qualsiasi fatto come se fosse ineluttabile, gli preannuncia anche le conseguenze di questi due fatti: Kees sarà l’unico che verrà dichiarato responsabile e ciò comporterà la perdita della villa, dei risparmi e, probabilmente, anche la fine del suo matrimonio. Questa volta però Popinga non ci sta più e non aspetta placidamente, come ha sempre fatto, lo scorrere degli eventi, ma prende per la prima volta in mano la propria vita e dà una violenta accelerata al decadimento della propria esistenza, decidendo di non alzarsi per andare in ufficio, nonostante lo stupore attonito della moglie, e poi di prendere un treno notturno per Amsterdam alla ricerca della prostituta Pamela, mantenuta proprio da Julius de Coster. Da Amsterdam Popinga si sposterà a Parigi, dove le sue vicissitudini proseguiranno sempre più serrate, anche perché Kees, stufo dell’indifferenza e della banalità che hanno finora attraversato la sua vita, farà di tutto per essere notato, orgoglioso di finire nelle prime pagine dei giornali…

Nonostante la suddivisione in capitoli ben cadenzati, la trama è troppo avvincente per fermarsi e lo stile è così scorrevole che il romanzo di Simenon si divora in pochissimo tempo. Attraverso le peregrinazioni per Parigi, Kees intraprende in realtà un viaggio tutto interiore alla ricerca di sé stesso e mette in discussione non solo la sua vita, ma l’intera società borghese. Tramite la contrapposizione degli articoli di giornale che etichettano il comportamento di Kees come “pazzo” o “paranoico” e le rettifiche a tali articoli inviate dallo stesso Popinga che si rifiuta di essere ancora una volta così banalmente incasellato all’interno dei soliti schemi, l’autore esprime una critica feroce alla società moderna che intrappola l’uomo all’interno di vincoli e convenzioni (lavoro, matrimonio, famiglia, consumismo) che dovrebbero renderlo felice e che in realtà non lo rendono affatto. Per questo, ma anche per il tono così sottilmente ironico da potersi definire raffinato, il lettore arriva inconsciamente, e forse senza neanche volerlo ammettere, a parteggiare per Kees Popinga: perché tutti ci siamo ritrovati in alcuni momenti della vita, a chiederci com’è che si è finiti a tollerare la banalità della quotidianità e continuare a vivere così per abitudine, senza più ricercare ciò che ci rende davvero felici, convinti che l’osservazione delle leggi e delle convenzioni della società sia infatti la via verso la felicità. Tramite la frase finale di Kees “Non c’è una verità, ne conviene?”, Simenon ci dice in realtà che la visione del mondo è molto più ampia di quello che la società vorrebbe farci credere.

 


 

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