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L’uomo che ride

L’uomo che ride

Ursus e Homo sono un duo ben assortito: viaggiano, si accampano, battono città e villaggi. Ursus, il saltimbanco, ventriloquo, indovino, guaritore, sedicente filosofo, con “una loquacità da ciarlatano, una magrezza da profeta, un’irascibilità da attaccabrighe”, e Homo, il nero lupo addomesticato, goloso di mele e nespole, che passa con la ciotola in bocca a riscuotere l’obolo della folla che assiste in cerchio ad ogni spettacolo, a volte numerosa, più spesso sparuta. Homo trascina il loro carrozzone, ma di fronte ad una salita impervia, Ursus gli si mette accanto, e divide con la bestia la fatica di tirare il carro. Quando quella notte ha udito il ringhio del lupo non si aspettava che là fuori, al freddo della tormenta di neve, ci fosse un bambino, con una neonata tra le braccia: una bimba strappata al cadavere congelato della madre, sopraffatta dal gelo. Ursus non poteva neppure immaginare che il piccolo fosse stato appena lasciato a terra perché andasse incontro a morte certa dall’equipaggio della “Matutina”, nave di “comprachicos” – personaggi dediti al commercio di bambini per farne mostri, buffoni da esibire nelle corti e nelle piazze – in fuga dalle coste inglesi e destinata quella stessa notte al naufragio. Gwynplaine è il nome che il bambino si porta addosso. Dea sarà quello della neonata. Con la luce del giorno, Ursus si rende conto di due dettagli che lo convincono a prendersi cura di quelle due anime. La tempesta di neve ha lasciato un segno sulla bimba: l’ha resa cieca. Sul volto di Gwynplaine invece c’è la traccia indelebile dell’oscura arte dei comprachicos: la sua faccia è stata trasformata in un orrido, perenne ghigno...

“Questo riso che ho sulla faccia, ce lo ha messo un re. Questo riso esprime la desolazione universale. Questo riso significa odio, silenzio forzato, rabbia, disperazione. Questo riso è il frutto delle torture. Questo riso è un riso coatto. Se Satana ridesse in questo modo, il suo riso condannerebbe Dio. Ma l’eterno non somiglia ai mortali; essendo l’assoluto, è giusto; e Dio odia ciò che fanno i re”. Hugo scrisse L’uomo che ride (in originale L’Homme qui rit, inizialmente Per ordine del re, titolo che verrà conservato per la seconda parte del libro) tra il 1866 ed il 1868, negli anni dell’esilio a Guernsey, isola nella Manica sotto giurisdizione britannica ove fuggì dopo aver inutilmente tentato di contrastare l’azione di Napoleone III, nipote di Napoleone Bonaparte, presidente e poi imperatore dei francesi, che aveva ironicamente soprannominato “Napoleone il piccolo”. Nelle intenzioni dello scrittore il testo avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia: “Il vero titolo di questo libro dovrebbe essere l’Aristocrazia. Un altro libro, che seguirà, potrebbe intitolarsi la Monarchia. E questi due libri, se sarà dato all’autore di portare a compimento la sua opera, ne precederanno e implicheranno un terzo, che sarà intitolato: Novantatré”; tuttavia il testo sulla monarchia non vide mai la luce. La nobiltà francese, abolita dalla Rivoluzione del 1789, era stata ripristinata da Napoleone – che aveva creato un proprio sistema nobiliare –, e da Luigi XVIII, Re della Restaurazione, che nel 1814 aveva permesso alla aristocrazia dell’Ancien Régime di riprendere i propri titoli, pur continuando a riconoscere anche quelli creati da Bonaparte. In questa cornice storica si colloca questa opera politicamente affilata, permeata dallo spirito della Rivoluzione, in cui ritroviamo tutti i temi cari all’autore: il potere che può diventare maglio e arbitrio, la giustizia usata come arma nei confronti dei più poveri, il privilegio acquisito per nascita origine delle disuguaglianze, e radice della crudeltà e della miseria (“è dell’inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi”), la casualità che segna in modo irreparabile le vite degli uomini. La parabola esistenziale di Gwynplaine si inserisce in un affresco finemente cesellato della società britannica settecentesca, specchio grottesco di quella francese contemporanea all’autore, in cui Hugo – da profondo conoscitore dell’animo umano qual è – trova modo di esplorare i tortuosi percorsi psicologici dei personaggi in scena. Seppur caratterizzato da una scrittura prolissa e gravata da frequenti digressioni, e con qualche forzatura narrativa che non sfuggirà al lettore, L’uomo che ride racconta in modo avvincente e con richiami dal sapore shakespeariano la parabola esistenziale di un essere umano prigioniero di una maschera inestirpabile, che un destino ignoto gli ha posto sul volto. Gwynplaine accetta sin dai primi anni quel destino, che sembra ricompensarlo con l’amore puro e assoluto della meravigliosa ed eterea Dea, ed il calore della strana famiglia girovaga in cui è stato accolto. Quando si vede fortuitamente elevato ad un rango inaspettato, pensa per un istante di poter dominare quel fato, ritrovandosi a prender parte ad “un gioco sleale e formidabile”. Ma, in questo caso, l’agnizione, ovvero il riconoscimento della reale identità del protagonista, non prelude al lieto fine tramite l’agognato ristabilimento della giustizia violata, ma, più realisticamente, finisce con il privare Gwynplaine della propria identità consolidata, per donargli l’irresistibile illusione di un riscatto sociale dietro cui si cela un disperante, doloroso calice, colmo di rovina e morte. A completare questa edizione, un appassionato saggio di Robert Louis Stevenson, lo scrittore scozzese autore de L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, che effettua una analisi accurata dei cinque principali romanzi di Hugo, individuandone i capisaldi narrativi, identificando nella morale “il principio organizzatore” della scrittura dell’autore, in grado di “subordinare una storia a un’idea”, facendole dire “cose mai udite prima”, senza tacerne i difetti. Da L’uomo che ride sono stati tratti diversi film, del primo dei quali, girato nel 1909, non è nota alcuna copia superstite; nel 1928 Paul Leni, regista espressionista tedesco, ne diresse una versione con Conrad Veidt nella parte di Gwynplaine: il ghigno dell’attore impresso sulla pellicola ispirò Bob Kane e Jerry Robinson, che negli anni ’40 su quei tratti disegnarono una delle figure più inquietanti del mondo dei fumetti: quella del Joker, il mortale nemico di Batman, a cui ha recentemente prestato il volto Joaquin Phoenix in una interpretazione che gli è valsa l’Oscar.