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L’uomo di latta

L’uomo di latta

1950: il primo premio della riffa è una bottiglia di scotch e Dora lo vince per un inaspettato colpo di fortuna. Decide però di scambiarlo con l’ultimo premio, di cui “aveva visto l’originale in gita scolastica a Londra nel distaccamento a Pimlico della National Gallery. All’epoca aveva quindici anni, con tutti i bastiancontrarismi dell’età. Ma quando era entrata nel museo, le barriere di protezione intorno al cuore erano saltate e aveva capito all’istante che quella era la vita che voleva: Libertà. Possibilità. Bellezza”. Il dipinto a olio di medie dimensioni è una mediocre imitazione dei Girasoli di Van Gogh, ma appeso alla parete sopra la sua toeletta, lontano dagli occhi del marito, spicca come una finestra, come un raggio di luce cangiante che illumina giornate grigie e tristi. 1996: la sveglia di Ellis suona come sempre alle cinque di pomeriggio. I turni notturni in fabbrica sono stati una sua scelta calcolata per sottrarsi allo scorrere di giornate identiche e malinconiche come furono un tempo quelle di sua madre Dora. A vegliare sui suoi sonni diurni, appoggiata sui libri della sua camera da letto, c’è una fotografia a colori di una donna e due uomini “stretti uno all’atro, abbracciati, e il mondo dietro di loro è sfocato, e il mondo su entrambi i lati è tagliato. Sembrano felici, ma tanto. Non solo perché stanno sorridendo, ma perché c’è qualcosa nel loro sguardo, una serenità, una gioia, qualcosa di condiviso. È stata scattata in primavera o in estate, lo capisci da come sono vestiti (magliette, colori chiari, cose del genere) e, ovviamente, dalla luce”. Una foto di giorni felici ormai dimenticati nel torpore di una vita che scorre monotona e ripetitiva ma che verrà presto sconvolta da una circostanza apparentemente sfortunata…

Non è Frank Baum l’autore di questa storia, splendida e al contempo struggente, ma Sarah Winman, che da Il mago di Oz prende in prestito la psicologia dell’uomo di latta. Sebbene non perda i suoi arti e il suo cuore continui a pulsare nel petto, Ellis perde infatti negli anni tutti i motivi per essere felice, isolandosi in una vita triste e solitaria che ricorda quella del boscaiolo a cui fu sottratto il cuore. Con profonda sensibilità e con uno stile semplice e scorrevole, la Winman parla innanzitutto di amore. Amore materno, amore tra marito e moglie, amore tra amici, i tre amici nella foto: Ellis, Michael e Annie. E cosa può rendere un sentimento così nobile, una fonte di sofferenza infinita? Naturalmente, la perdita. Il tema della perdita domina incontrastato le poche pagine di questo breve romanzo e compare a più riprese prendendo i tratti della lontananza, della malattia e della morte. L’uomo di latta è una fiaba moderna che non promette un lieto fine ma concede, di tanto in tanto, un sospiro di sollievo: davanti a un quadro di Van Gogh, ai campi di lavanda della Provenza e a una foto ricordo di tre amici felici. Una fiaba moderna che abbatte muri e tabù, ripetendo ad alta voce parole ancora spesso taciute: cancro, HIV. Una fiaba moderna che ci ricorda che di fronte alla tristezza abbiamo sempre delle armi per salvarci almeno un po’: la bellezza e l’arte, per esempio.