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L’uomo perduto

L’uomo perduto

Il cadavere di Cameron Bright è coperto da un telo bianco, proprio accanto alla “Tomba del mandriano”, la lapide solitaria in mezzo all’outback australiano. Cameron è morto di sete, bruciato dal sole, in quella che sembra essere stata una lunga terrificante agonia, mentre strisciava alla disperata ricerca di un po’ d’ombra. Nathan è arrivato sul posto dopo Bub. Entrambi osservano la sagoma immobile del fratello. Cameron era quello di mezzo, quello responsabile, che sapeva gestire alla perfezione le terre paterne. L’ambulanza si fa strada nella polvere, il giovane poliziotto mandato per avviare le indagini accenna qualche impacciata domanda. Nathan osserva con nervosismo il telo bianco, l’agente inesperto che nulla sa del deserto, la sagoma del figlio sedicenne Xander, che lo ha accompagnato ma è rimasto in macchina, e la mente inizia a macinare domande. Che diamine ci faceva Cameron lì, al confine della proprietà Burley Downs, mentre tutti sapevano che doveva trovarsi a Lehmann’s Hill, a riparare il ripetitore? E dov’è il suo fuoristrada? I due fratelli partono alla ricerca del mezzo, perché è impossibile restare lì a guardare mentre il medico e il poliziotto rivoltano il corpo per scattare le foto e fare le prime rilevazioni. Ci sono quaranta gradi, la polvere rossa copre ogni cosa, il sole acceca, ma eccolo lo scintillio metallico oltre le rocce, è Xander a notarlo. Lo sportello del fuoristrada è spalancato, non ci sono danni evidenti. Aprono il bagagliaio e trovano una gran quantità di acqua e cibo. Nathan mette in moto e tutto funziona come deve. Invece di scovare risposte le domande aumentano, ma devono aspettare che le indagini vengano fatte come si deve, che se ne occupi Glenn McKenna, il loro poliziotto, e non quel ragazzino di città. È la settimana di Natale, alla casa padronale la cena è pronta, sono tutti in attesa di sapere, di sentire spiegazioni convincenti. Nathan vorrebbe tornare al suo ranch, ma deve assecondare la famiglia. È confuso, addolorato, con le sue grane da gestire, eppure qualcosa...

L’outback australiano (la parte più interna e desertica del territorio), culla della civiltà aborigena, è una delle mete turistiche più intriganti al mondo e delle più pericolose. La terra rossa non è coltivabile nonostante nelle viscere del suolo si nascondano immense (eppur troppo profonde) falde acquifere. Suggestivo e letale, l’outback è il vero protagonista del romanzo di Jane Harper. Per viverci occorre essere prudenti, muoversi sul territorio non è per tutti e gli sprovveduti svaniscono nel deserto. È questa la vita della famiglia Bright, possidenti terrieri e allevatori, una vita dura ma, come dichiara convinto Nathan: “Basta essere preparati. Tanto non hai scelta, è la geografia”. E allora come è possibile che Cameron sia morto in quel modo? Questa è la domanda che aleggia nel romanzo, un punto di partenza per mettere in discussione le dinamiche dei Bright, i segreti e i rancori, le colpe e le omissioni, come spesso avviene nelle grandi saghe familiari. Rapporti tra fratelli, genitori, compagni di vita, rapporti con la comunità del luogo, tutto è scandagliato attraverso gli occhi stanchi e sconfitti di Nathan, il fratello maggiore. La Harper ha una scrittura fluida e piacevole, difficile staccarsene e mettere da parte il libro prima della fine. L’abilità con cui descrive l’orrore e la bellezza di una terra lontana, senza alcuna indulgenza sui suoi limiti, rendono il deserto un autentico co-protagonista. Pluripremiata in patria, la Harper è conosciuta in Italia per le opere Chi è senza peccato e La forza della natura, dove le indagini condotte dall’agente Aaron Falk sono il mezzo per mettere in luce i segreti della comunità. La morte nei suoi romanzi fa da filo conduttore, ma c’è molto di più sotto la superficie e sono quei dettagli gettati con maestria sotto gli occhi dei lettori a mantenere alta la tensione fino al momento in cui ogni mistero viene svelato.