L’uomo a una dimensione

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“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata”. Grazie a un livello sempre più elevato di qualità di vita, a un benessere sempre più diffuso e all’invasione dell’opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione di massa, la civiltà occidentale sta diventando totalitaria. Il sistema di produzione e di distribuzione dei beni è sempre più onnicomprensivo e impersonale e vige un pluralismo di opinioni e desideri puramente apparente. Nel nostro mondo tutto è permesso, si può far tutto, perciò la libertà ha perso il proprio significato. Nella società industriale avanzata il dominio assume un carattere pervasivo e “docile” che agisce fino al livello psichico degli istinti e che attraverso l’induzione di falsi bisogni consumistici e lo strumento della “tolleranza repressiva” trasforma gli uomini, che finiscono per riconoscersi nelle loro merci. Il tutto in un proliferare di religioni, zen, esistenzialismo, giovani arrabbiati e programmi di denuncia che si illudono di essere elementi di opposizione. La borghesia e il proletariato sono ancora le classi fondamentali, tuttavia non appaiono più come agenti di trasformazione storica perché condividono gli stessi desideri, fanno e hanno le stesse cose. È necessario quindi individuare un nuovo soggetto storico, esterno alla società, ancora non integrato e rivoluzionario. Per giungere a queste conclusioni bisogna chiedersi: com’è cambiato il capitalismo nel corso del Novecento? Il pensiero di Marx è ancora attuale? Freud come può aiutarci a comprendere il nostro mondo? Com’è mutato il nostro modo di concepire e fruire l’arte e la cultura? La tecnologia è davvero neutra? A queste e ad altre domande il filosofo cerca di rispondere in questo saggio del 1964…

Herbert Marcuse, ebreo, tedesco e per giunta marxista, fugge dalla Germania insieme agli altri esponenti della Scuola di Francoforte quando Hitler sale al potere. Ad accoglierlo sono gli Stati Uniti; lì diviene professore all’università della California e pubblica le sue opere più importanti. È quindi alla società opulenta dell’America degli anni ’50 e ’60, alla Guerra Fredda e al Boom economico che guarda quando scrive l’opera che lo consacra a “padre del ‘68” e lo porta all’attenzione internazionale. Nonostante la rilevanza e complessità dei temi trattati l’autore utilizza un linguaggio semplice e divulgativo che gli ha permesso di raggiungere i giovani lettori di un’intera generazione. L’obiettivo era quello di formulare una teoria critica che avesse un carattere interdisciplinare, intrecciando la riflessione filosofica e politica alla critica letteraria, alla sociologia e alla psicoanalisi. Le sue riflessioni non hanno perso in attualità, conservano forza critica e mettono in luce le storture delle società occidentali. Ben prima di Black Mirror questo saggio ha detto al mondo che la realtà ha superato la sua immaginazione rendendoci quasi impossibile immaginare un universo di pensiero, di discorso e di azione qualitativamente differente rispetto allo status quo. Eppure, non bisogna abbandonare la speranza perché “vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili […] La loro opposizione è una forza elementare che viola le regole del gioco”.

 


 

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