La bambina e il nazista

No, le brutture di quanto sta accadendo là fuori devono rimanere fuori delle quattro mura che ha eretto per proteggere se stesso e la sua famiglia! Si trova a pensare questo, Hans Heigel, al rifiuto della moglie di accendere la radio per ascoltare le notizie sulla pulizia etnica del ghetto ebraico della Polonia. Dopo aver smantellato Cracovia, ora l’Aktion Reinhardt, nell’apice delle operazioni di sgombero ed eliminazione degli ebrei, punta a Varsavia. Ma Ingrid, sua moglie, piega la testa e gli dice: “Hans, ti prego” ed è così bella che Hans può solo guardarla, mentre, invece di accendere la radio, mette un disco di Wagner sul grammofono, optando per quella musica che entrambi adorano. No, non può permettere che la follia nazista entri a rovinare la perfetta atmosfera della sua famiglia, composta, oltre che da Hans e sua moglie, anche dalla piccola Hanne che quella mattina non si è ancora presentata a colazione, fa finta di dormire. Hans sorride, la invita ad alzarsi per andare a tavola, le bacia i capelli, glieli annusa ritrovando il sapore perduto della purezza: darebbe la vita per sua figlia, anche se non è bravo a prendersene cura e lascia il compito a sua moglie. Quando Hans lascia casa sua per dirigersi al lavoro, si augura di essere bravo a fingere. Deve raggiungere come ogni giorno il presidio di Osnabruck, un agglomerato di case e alberi, quasi un piccolo paradiso in cui la guerra sembra non esistere, lontana com’è dalle sue vie. Certo tutto questo è una menzogna, una favola per adulti, che sembra creata da qualcuno ad hoc per generare tranquillità. È un sorriso amaro quello di Hans, perché non fa niente per opporsi a tanta follia, ma, piuttosto, si uniforma agli altri, rintanandosi nel suo mondo di finzione...

Contrasti: un campo di concentramento, quello di Sobibor, in Polonia, aiuole fiorite, vialetti ben curati tra casette di legno con tendine ricamate alle finestre nell’alloggio delle SS e in particolare di Gert Reithmann che di sera suona il violino, legge libri di poesia (la “magnifica poesia tedesca”) e Hans che si chiede come possano coesistere tali letture, come siano possibili tali stralci di civiltà in un luogo come un campo di concentramento... Il punto di vista di un soldato che non approva quello che è costretto a fare, con la rabbia che ogni volta gli monta dentro, ma gli lascia poi pochi margini di azione. E si resta con il fiato sospeso dalla prima all’ultima riga, perché si finisce per parteggiare questo nazista buono e tutti i suoi amici, anche se di opposte sponde. Il nazista che protegge una bambina che ha gli stessi occhi della sua; una bambina, soprattutto, che dà a lui uno scopo di vita, un pensiero tenero per superare le brutture di quel luogo nefasto. Scalda il cuore pensare che ci possa essere stato qualcuno che ha tentato “dal di dentro” della Shoah di salvare qualche suo simile, che ci ha messo il cuore, ha provato pietà per le vittime e odio per la propria divisa e ciò che ha rappresentato per gli ebrei, milioni di ebrei. Certo la follia dei più è ancora più inconcepibile se vissuta con lo struggimento degli occhi sensibili di Hans Heigel. Certo: è un personaggio inventato in mezzo a tanta verità, ma anche soltanto l’idea, la speranza che possa esserci stato qualcuno in mezzo alle SS con un cuore, con sentimenti di solidarietà, intelligenza, rispetto - sebbene una mosca bianca in mezzo all’esaltazione collettiva del male - ci riempie a nostra volta di compassione verso la sofferenza che deve aver provato, di sicuro doppia nei confronti della follia dei suoi connazionali e della persecuzione degli ebrei. In questo senso risaltano ancora di più il suicidio dell’ufficiale Luitger e la follia delle “valchirie” in quanto donne...

 


 

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