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La bambola

La bambola

Nel 1994 Ismail parte da Parigi diretto a Tirana. La madre di Ismail sta morendo e il fratello lo ha avvisato nella speranza che possa ancora salutarla. La donna è in coma ed è ospitata a casa della sorella per essere accudita al meglio. Il cugino di Ismail l′ha portata lì in braccio perché è leggera, come fosse di carta. Una bambola di carta, pensa Ismail, e si accorge che non è cambiato niente. Quando sua madre faceva le scale in legno della loro vecchia casa, queste non scricchiolavano al suo passaggio. Così era leggero il suo modo di parlare. Persino il biancore del viso, quasi una maschera, non è molto diverso adesso da quello che è sempre stato. Quando la Bambola nel 1933 arrivò nella casa dello sposo doveva sentirsi molto impressionata a causa del cambiamento: “delle tre grandi incognite che la aspettavano, il marito, la casa e la suocera, sembrava che quest′ultima le avrebbe fatto paura più di tutte”. Saggia e scorbutica, la madre di suo marito aveva scelto inoltre proprio quel momento per proclamare ufficialmente la sua “clausura”, come si usava da generazioni: le donne anziane, a un certo punto, decidevano che sarebbero rimaste chiuse in casa fino alla fine dei loro giorni. Iniziano i “processi”, come li chiama Ismail, che se ne ricorda bene, perché allora era un ragazzino. Il processo in casa Kadaré doveva ogni volta inscenare e risolvere il conflitto tra la Bambola e la suocera, per decretare chi avesse ragione e chi no. A uscirne più scosso, era suo padre…

Romanziere, poeta, saggista e sceneggiatore, più di una volta candidato alla selezione finale per il Premio Nobel, Ismail Kadaré racconta in questo romanzo la vita di sua madre, la Bambola del titolo. Come sempre quando si ripercorre la vita di una persona, non si tratta soltanto di accostare l′uno all′altro gli episodi più significativi di un′esistenza. Si parla spesso e forse soprattutto di ciò che non si riesce a dire. Non è un caso che l′autore, riflettendo sulla sua attività di scrittore, citi i romanzi non-scritti come i migliori e che la casa di Argirocastro, la grande casa che spaventa la Bambola ‒ “la casa mi mangia” ‒, abbia al suo interno, come organi ancora in via di formazione, delle “quasi-stanze, o ancora-non-stanze, come feti senza appellativi”. Ancora attorno alla casa ruota la figura del padre di Kadaré, chiamato da tutti il Grande Ristrutturatore perché è sempre impegnato in ripristini e riparazioni, anche se è probabile, come sostiene il figlio, che non facesse altro che cercare di ripristinare la propria autorità. La scrittura è esatta nel definire sensazioni e stratificazioni di senso, anche quando sentimenti e significati sfuggono alla comprensione piena. Nel ritrarre sua madre, Kadaré parla di sé, della sua scrittura e della complessa storia dell′Albania tra gli anni ′30 e ′90.