La battaglia di Cefalonia

La battaglia di Cefalonia

8 settembre 1943. È sera quando ad Argostoli, sede del Comando della divisione “Acqui”, arriva un fulmine a ciel sereno, l’Italia ha chiesto l’armistizio agli angloamericani. È tutto vero o è uno scherzo? Nel capoluogo dell’isola di Cefalonia è subito grande scompiglio. Mentre il generale Gandin e i suoi ufficiali cadono dalle nuvole, i soldati e i marinai italiani insieme ai greci si riversano nelle strade presi da un contagioso entusiasmo. Finalmente la guerra è finita. Ma lo Stato Maggiore non è di questo parere, è convinto che la Germania continuerà a combattere e si chiede come ci si dovrà comportare con gli ex alleati. A complicare la situazione è il radiogramma inviato dal generale dell’XI armata Vecchiarelli che ordina alla ”Acqui”, in aperto contrasto con le disposizioni governative che hanno stabilito di non cedere nulla ai nuovi nemici, di consegnare le armi ai tedeschi, i quali si impegnano a rimpatriare velocemente gli italiani. Cosa fare? Obbedire al governo badogliano o al comandante d’armata? E ci si può fidare degli uomini del Reich? In un clima di crescente incertezza e di sensazione di essere stati abbandonati dall’Italia al proprio destino, si aprono difficili trattative tra Gandin e il Comando tedesco. In ballo ci sono undicimila vite da salvare…

È una fortuna che il figlio di Ermanno Bronzini, Claudio, abbia trovato il diario di suo padre, capitano dell’”Acqui”, scritto nel 1945 e mai pubblicato, per l’importanza che potrebbe avere sui controversi fatti di Cefalonia. La battaglia di Cefalonia presenta due chiavi di lettura, entrambe interessanti. La prima, storica, è il tipico resoconto degli avvenimenti – la trattativa, la battaglia, le fucilazioni – del militare, che riporta dati toponomastici, posizionamenti delle truppe, strategie di combattimento. La seconda, umana, è invece il racconto in presa diretta degli stati d’animo di soldati e ufficiali, dei quali sono registrati perplessità, paure, gli entusiasmi intensi anche se brevi per l’armistizio, il sentimento di sospensione della vita nelle drammatiche ore trascorse alla Casetta Rossa. L’acme emozionale viene raggiunto nella descrizione delle fucilazioni, dove il silenzio è rotto dai kaputt urlati dai tedeschi, dalle scariche dei fucili e dai colpi di grazia delle pistole. Il ricordo di Bronzini va ai suoi compagni che hanno lottato fino all’ultimo e poi sono stati massacrati con la stessa freddezza con cui si scannano i buoi al mattatoio. E soprattutto ad Antonio Gandin, il “suo” generale, dipinto come un martire che si sacrifica per difendere l’onore del regio esercito e per proteggere i propri uomini. Nell’entrare nel vivo di una tragedia immane non si può restare indifferenti davanti allo spirito d’abnegazione, al senso del dovere e all’amor di patria della “Acqui”, valori che dovrebbero essere nostri anche oggi.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER