La bellezza delle cose fragili

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Accra, Ghana. La domenica in cui è destinato a morire, Kweku Sai decide di alzarsi all’alba. C’è un bellissimo silenzio e una luce che sembra rosa. Senza fare rumore per non svegliare la seconda moglie Ama, una giovane infermiera bellissima e un po’ scema, l’uomo sposta le lenzuola e scende dal letto. A piedi scalzi scende le scale e va in giardino, poi si ferma a contemplare la sua casa. Una villa a un solo piano, un cortile attorno al quale si aprono quattro porte, una a ogni angolo: la zona giorno, la zona pranzo, la zona notte e l’ala padronale. Una casa funzionale, semplice ed elegante che ha disegnato lui stesso su un tovagliolo in una mensa d’ospedale, più di trent’anni prima. Un sogno che è riuscito a realizzare solo da poco grazie a un anziano carpentiere, Lamptey, una specie di santone che dorme in riva al mare e che ha costruito tutta la casa da solo. Kweku ha cinquantotto anni ma è in gran forma. È il più brillante e famoso chirurgo del Ghana, ha studiato e lavorato all’estero per tanti anni ma ora è tornato nel suo Paese d’origine, lontano dai figli Olu, Sadie, i gemelli Taiwo e Kehinde e dalla ex moglie Fola. Un medico della sua esperienza dovrebbe avvertire i primi sintomi di un infarto e recarsi in ospedale in tempo per salvarsi, ma le cose inspiegabilmente non vanno così. Con la sua canottiera Fruit of the Loom e un paio di buffi pantaloni à la Mc Hammer, Kweku cammina sull’erbetta a piedi nudi e pensa, ricorda i momenti più importanti della sua vita incurante delle fitte di dolore che gli trapassano il petto. Le imputa ai ricordi dolorosi, probabilmente. Guarda i fiori, le gocce di rugiada: cose fragili e bellissime…

Nata a Londra da due genitori entrambi medici, l’uno ghanese e l’altra nigeriana, Taiye Selasi è cresciuta nel Massachusetts con la sua sorella gemella, ha frequentato scuole prestigiose e ora vive tra Amsterdam e Roma (il pubblico italiano ha imparato a conoscerla con la sua partecipazione come giurato nel 2014 al reality letterario RAI “Masterpiece”). Di similitudini tra la sua vita e quella dei protagonisti del suo romanzo d’esordio ce ne sono più di una, anche se parlare di un lavoro autobiografico è probabilmente troppo. Diciamo che la Selasi ha deciso di scrivere di cose che conosce, ecco: e il fatto che incidentalmente quello della vita della buona borghesia africana sia un argomento pressoché sconosciuto per i lettori del nostro Paese rende La bellezza delle cose fragili (il titolo originale Ghana must go fa riferimento alla frase stampata sulle borse dei rifugiati ghanesi cacciati dalla Nigeria nel 1983) un debutto ancor più interessante. A partire dall’idea di raccontare una saga familiare dalla fine, prima attraverso i ricordi del capofamiglia morente, poi con le interazioni dei suoi figli e della ex moglie che tornano in Africa per il funerale. Siamo però ben lontani dalle drammatiche storie di emigrazione che siamo abituati a leggere, questa è la storia di neri ricchi, belli, talentuosi, di “afropolitan” (un brillante neologismo coniato dalla stessa Selasi): una famiglia sbriciolata ma affollata di medici, avvocati, artisti. Persone con una vita non priva di dolore e violenza e segreti, certo, ma che non nascono nella povertà, nell’emarginazione o nel razzismo. La scrittura è elegante, consapevole – l’autrice si dimostra un po’ troppo innamorata delle metafore, ma si tratta di metafore raffinate, perlomeno –, espressione di una sensibilità matura ma non ancora artificiosa. Taiye Selasi con La bellezza delle cose fragili mostra di sapere usare le parole con grande professionalità, ma anche di non avere ancora perso la magia della spontaneità. C’è ancora tempo perché l’arte diventi artigianato, insomma.



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