La bomba

La bomba

Conversando con Fortunato Zinni si nota un dettaglio, un particolare che però non può sfuggire a nessun interlocutore. La sua fronte si illumina, letteralmente. Ciò avviene a causa dei frammenti di vetro che sono rimasti sotto la sua pelle da quel 12 dicembre 1969. È uno dei sopravvissuti della strage di piazza Fontana. All’epoca era un impiegato della Banca nazionale dell’agricoltura, abruzzese emigrato a Milano, sindacalista. Era proprio impegnato in una riunione al piano di sopra e questo ha fatto sì che oggi sia ancora vivo. Pensava che quella data sarebbe entrata nei libri di storia, ma per tutt’altra ragione: si era infatti chiuso il contratto nazionale dei bancari e i giornali davano ampio spazio a questa notizia. In realtà quel maledetto 12 dicembre verrà ricordato per quella terribile bomba che causò 17 morti e 88 feriti. Zinni ha scritto anche un libro sulla strage, dal titolo Piazza Fontana, nessuno è Stato. Della bomba ricorda poco o nulla, brandelli di memoria, flashback, la grande deflagrazione. Non si ricorda della sua cintura da alpino con cui ha bloccato l’emorragia di un ferito, salvandogli la vita. Si ricorda di quanto è accaduto successivamente, di essere stato convocato dal direttore della filiale che volle riaprire in tempi brevissimi, perché i responsabili, in fondo, erano già stati individuati – il nome di Valpreda venne fatto due giorni dopo. E così erano tutti al lavoro alle 9 di mattina di lunedì 15 dicembre, solo il tempo di andare ai funerali delle vittime. Da lì in poi ha il via una vicenda intricata, dai risvolti cupi e ancora poco chiari dopo tutto questo tempo. “La bomba del 12 dicembre 1969 ha cambiato l’Italia, o meglio l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine, umiliata”…

Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, all’epoca della strage di piazza Fontana era uno studente di medicina. Con la bomba ci è “cresciuto”, “L’ho respirata per cinquant’anni”, scrive. A questa tragedia dedica un saggio accurato e tagliente, dalla potenza narrativa di un romanzo. Capace di scandagliare a fondo personaggi più o meno importanti di questo frangente, approfondisce ogni aspetto senza essere pesante o pedante, vuole, e non lo nasconde, irritare, sconvolgere e far riflettere a fondo chi legge su quello che è successo al nostro Paese negli anni trascorsi da quella strage che ha segnato così nel profondo la storia recente. Non sono tanto le dinamiche processuali a essere al centro della sua ricostruzione quanto tutti coloro che hanno avuto una parte più o meno importante nella vicenda, i protagonisti noti a tutti, così come i personaggi rimasti apparentemente sullo sfondo ma che invece hanno rivestito un ruolo non di poco conto. E così eccoli, l’anarchico Pinelli e il commissario Calabresi, il tassista Rolandi e il ballerino Valpreda, Franco Freda, Giovanni Ventura e Ordine nuovo, ma anche quel gruppo di assistenti della Cattolica e il professor Guido Lorenzon, il questore Guida, che fu direttore del carcere politico di Ventotene, a cui Pertini rifiutò di stringere la mano, e Silvano Russomanno, vicecapo dell’ufficio Affari riservati del Viminale e ancora l’impiegato di banca Fortunato Zinni a cui dedica un incipit memorabile. C’è anche spazio per digressioni su vicende storiche in un certo qual modo affini con quella intricata della strage, come l’affare Dreyfus, o ancora aspetti relativi al contesto sociale di quel periodo, la Milano dell’epoca, il fermento culturale, il Guernica di Enrico Baj. La narrazione è corredata da immagini dell’epoca, dei personaggi coinvolti e della situazione, la voragine lasciata dalla bomba davanti alla banca, le prime pagine dei giornali, così come citazioni di articoli, discorsi, volumi dedicati a questo tema, a riprova di un ampio e certosino lavoro di documentazione. Sono tutti elementi che contribuiscono a comporre un puzzle complicato di cui alcuni pezzi sono emersi solo negli ultimi 10 anni. Efficace nella recensione al libro su “Doppiozero” la descrizione di questo volume come di “una lettura dolorosa, capace di scatenare sentimenti violenti. Si abbandona spesso il libro e si cammina nervosi per la stanza. In che paese siamo cresciuti?” e via con le domande che effettivamente ciascuno, pagina dopo pagina, inevitabilmente finisce per porsi. Interrogativi che spesso restano senza risposta.



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