Salta al contenuto principale

La carta e il territorio

Jed Martin è un artista affermato che, al momento, ha davanti a sé una brutta gatta da pelare. La sua nuova opera, intitolata Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte fatica a sbocciare, preda della normalità inafferrabile dei soggetti da ritrarre e del conseguente nevrotico accanimento di Jed che non riesce a lasciare su tela niente di entusiasmante. Ha appena iniziato a elaborare il suo fallimento quando un guasto alla caldaia lo strappa all’autocommiserazione. In un turbine di schiocchi, rumori sinistri e fischi la sua caldaia ha smesso di funzionare e stavolta sembra sia definitivamente rotta. Non come l’anno precedente, quando bastò chiamare l’operaio di Plomberie en général per riparare il guasto in pochissimo tempo. Quest’anno la situazione sembra più difficile, e non solo per l’entità del guasto: il numero di Plomberie en général è sempre occupato; le alternative sono altrettanto irraggiungibili e comincia anche a fare freddo…

Michel Houellebecq ci porta, con la sua consueta verve polemica e uno stile scarno ed essenziale nel mondo dell’arte contemporanea, rappresentato appieno dal protagonista de La carta e il territorio, Jed Martin, magistralmente descritto sia nel suo caleidoscopio di difficoltose relazioni interpersonali sia nella sua dimensione di artista, continuamente in bilico tra successo e oblio. L’autore tuttavia non si limita a descrivere la volatilità dell’arte nel terzo millennio ma si riserva anche il narcisistico e ironico piacere di portare nel romanzo se stesso e di mettere in scena la propria morte, dando adito a interpretazioni molteplici che vanno dal mero egocentrismo provocatorio a una disamina dolente e ragionata sulla fama fine a se stessa e sul tramonto della letteratura, in crisi al pari di tutte le arti figurative.