La casa dei fiori selvatici

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Il clima a Swargahalli è particolarmente soffocante quel venerdì pomeriggio, le lamiere dello slum sembrano più incendiate del solito, gli odori più intensi, e un vento caldo scompone i sari delle donne che si ergono in piedi, una accanto all’altra, maestose come dee, in “Paradiso”. No, non è propriamente il paradiso quello in cui vivono, l’ironia della sorte ha voluto che i bulldozer abbattessero parte del cartello all’ingresso della baraccopoli di Bangalore, lasciando in piedi solo la scritta SWARGA: Paradiso appunto, in sanscrito. Quel venerdì pomeriggio i bulldozer sono di nuovo alle porte di Paradiso, tentando per l’ennesima volta di distruggere il loro quartiere, le loro case, la loro storia. Perché mai quelle donne dovrebbero abbandonare quel poco, pochissimo, che con sacrifici e lavoro si sono guadagnate? E per cosa poi? Magari per l’ennesimo centro commerciale in cui probabilmente non potranno nemmeno permettersi di entrare? Sono mogli, madri, nonne, intenzionate a proteggere ancora una volta se stesse, la famiglia e il futuro (si spera più felice del loro passato) di figlie e nipoti: Deepa, Banu, Padma, Rukshana e Joy, compagne di scuola, di vita e di difficoltà. Deepa è cieca, Banu vive con la nonna malata di cancro ai polmoni, Padma deve gestire da sola le scarne finanze di casa, Rukshana non ne vuole sapere di usanze femminili e fidanzamenti, e Joy… beh, prima si chiamava Anand! Ma gli uomini? Dove sono? “A volte i nostri mariti ci abbandonano. A volte muoiono. A volte rimangono, ma noi siamo comunque sole”...

A People’s History of Heaven, il titolo originale dell’opera, forse rende maggiormente l’idea rispetto alla trasposizione italiana: è, infatti, una vera storia popolare, quasi corale, raccontata da chi, di norma, non ha voce in capitolo. La protesta delle donne è forte e chiara, sostenuta dalle loro vicende, presenti e passate, tramite piani della narrazione variamente alternati, anche su più livelli temporali, non sempre cristallini sul momento, ma poi ben dipanati. Lasciate loro almeno questo equilibrio precario così difficilmente raggiunto, che non sarà il Paradiso, ma potrebbe tutto sommato esserne una rappresentazione accettabile, finché le donne di Swargahalli saranno unite a sostenersi. L’unione femminile è palpabile grazie alla narrazione in prima persona, un io però “impersonale”, piuttosto un noi: la narratrice, infatti, è il solo personaggio non tracciato, che resta indefinito, fondendosi un po’ nella caratterizzazione (a tutto tondo) delle altre donne e ragazze. Mathangi Subramanian ha esordito tempo prima, con successo, nella narrativa per giovani e lo stile ne beneficia: la realtà complessa, le avversità, i colori accesi di Bangalore sono smorzati (non falsati, non risparmia nulla!) da pennellate leggere, una scrittura quasi sempre fresca e delicata, che di tanto in tanto scivola un po’ nell’artificioso, con qualche uscita “ad effetto” collocata strategicamente. Il quadro finale resta comunque suggestivo, toccante, coinvolgente, e alla fine tutti vorremmo essere lì in piedi accanto a loro a protestare.



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