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La casa dei ricchi

La casa dei ricchi

Una decrepita nonagenaria, zi’ Mariannina, è nel suo letto da ricca e sta morendo. Due nipoti avanti con gli anni, Marietta ed Elviruccia, sono al suo capezzale più per avidità e interesse che per sincero amore. Quello che vorrebbero strappare alla vecchia zia sul punto di morire è che lasci loro in eredità due anelli, rispettivamente con rubino e smeraldo, e chiamano un notaio per raccogliere in extremis le disposizioni della moritura. Tuttavia sorge una complicazione: le due signore nerovestite si recano dal commissario Ingravallo, gli anelli non sono toccati a loro ma alla co-legataria Liliana Balducci, una loro biscugina. Liliana successivamente darà i due anelli proprio a Ingravallo, poiché è ricca sia di denari che di gioielli ma le viene negata la più grande delle gioie che una donna dovrebbe avere: i figli. Proprio questa grave assenza la porta a essere prodiga, a procacciarsi protette e figlie adottive da beneficare in ogni modo. È una forma di psicosi di cui non è consapevole, è un delirio, un perverso e adulto modo di “giuocare alle figlie”…

Chi non ha mai sentito nominare Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, il suo peculiare impasto linguistico e il suo essere un giallo senza apparente soluzione? Quando ci si approccia all’opera di Carlo Emilio Gadda inevitabilmente ci si confronta con lo spettro del non concluso, della sospensione e della mancanza di finitezza. Se l’incompiuto nel giallo gaddiano più noto è una scelta voluta e spiazzante, nel caso de La casa dei ricchi parliamo di sospensione perché il manoscritto non giunse mai alla realizzazione per cui era stato concepito. Infatti va precisato che questo romanzo breve non nasce per la fruizione su carta ma per divenire il “soggettone” di un film. Il lavoro sul Pasticciaccio durò almeno dodici anni, e le prime parti vennero pubblicate a puntate su “Letteratura” nel 1946 per uscire in volume solo nel 1957. Nel mezzo le vicende che ci portano a La casa dei ricchi: nel ’48 Gadda si recò a Roma per incontrare Enrico Falqui e il direttore de “Il Tempo” Renato Angiolillo, ma verosimilmente in quella circostanza prese contatti anche con l’allora amministratore delegato della Lux Film, e appena ritornato a Firenze si mise al lavoro sul soggetto. La prima redazione non era del tutto convincente e la casa di produzione nicchiava, andava asciugata e Gadda scriveva al cugino Piero Gadda Conti “bisognava compendiare, fare venti pagine in luogo di ottanta”. Nonostante la nuova versione quel tentativo di adattamento per la Lux fallì, ma il romanzo gaddiano fu poi fonte per il cinema e la televisione, anche se per opere “liberamente ispirate”: si tratta del lungometraggio Un maledetto imbroglio del 1959, diretto da Pietro Germi e con lo stesso Germi nel ruolo del commissario Ingravallo, e della miniserie tv Quer pasticciaccio brutto de via Merulana con Flavio Bucci. La prima versione del soggetto presentata alla Lux venne comunque pubblicata da Einaudi come romanzo nel 1983 col titolo Il palazzo degli ori, mentre era finora inedita La casa dei ricchi, uscita ora nella Collana Microgrammi di Adelphi diretta da Giorgio Pinotti. L’autografo è custodito presso l’Archivio gaddiano a Villafranca di Verona, e l’edizione riproduce fedelmente la redazione originale (che consta di 30 pagine), senza intervenire se non sui refusi di carattere ortografico ma conservando alcune sbavature. Al di là di un confronto col più celebre romanzo lungo (che potrebbe far scoprire differenze anche significative indicanti i cambi di rotta dell’autore) si può in un certo senso dire che quello raccontato da Gadda, in uno scenario postbellico in cui le differenze socio-economiche sono laceranti, sia in qualche modo un apologo sulla lotta di classe. Nonostante ricchi e poveri tentino una pacificazione che vada incontro agli interessi di entrambi si finisce inevitabilmente in un esito violento, e le pietre preziose non sono nient’altro che un macguffin, per usare il lessico cinematografico. L’opera è un compendio agile che nulla ha – per ovvie ragioni – del pastiche linguistico gaddiano, tant’è che ci si trova di fronte a delle asettiche scene prive di dialoghi, una mera cornice su cui il lettore potrà a suo piacimento immaginare il resto. Sempre l’adeguamento al medium cinematografico ha forzato l’autore a rinunciare alla più grande forza della sua opera: il mancato disvelamento del colpevole. Può tuttavia risultare interessante specialmente per due categorie di persone: chi non ha apprezzato fino in fondo la costruzione paradossale del Pasticciaccio (che usava il giallo quasi come pretesto per un’operazione letteraria molto più complessa) o chi da appassionato di filologia voglia immaginare di essere fra le carte inedite dell’Ingegnere, e capire l’immane lavoro di scrittura e riscrittura che sta dietro la sua opera maggiore.