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La casa sull’argine

L’arrivo degli zingari a Stellata è testimoniato da un documento storico che si trova negli archivi della Biblioteca Ariostea di Ferrara. La carovana è arrivata in un giorno di pioggia di novembre quando, a dir la verità, diluviava già da settimane, i campi sono sommersi, i sentieri e le strade sono sparite e la gente ha cominciato a muoversi utilizzando le barche. Stellata sembra una piccola Venezia, solo molto più povera. Le ruote dei carrozzoni dei gitani sono affondate nella melma e lì si sono incagliate, quindi gli zingari si sono dovuti fermare in paese, aspettando che il tempo migliori. Poi, una volta terminate le piogge, diverse circostanze contingenti hanno contribuito a rimandare la partenza della carovana e, quando tutti erano finalmente pronti ad andarsene, è sopraggiunto un inverno rigidissimo e mettersi in viaggio con quel gelo è parsa a tutti un’idea senza senso. Per trascorrere il tempo in maniera meno monotona, qualche zingaro ha cominciato a vendere al mercato setacci e cesti di giunco, qualcun altro ha cominciato ad allietare matrimoni e battesimi suonando uno strumento. Così sono trascorsi l’inverno e anche la primavera; poi è scoppiato il tifo e Stellata è stata isolata. Con lo scorrere delle stagioni, a poco a poco, gli zingari sono diventati stanziali nel piccolo borgo e, dopo poche generazioni, un terzo dei residenti si ritrova ad avere nelle vene sangue zingaro. Tra gli abitanti di Stellata, Giacomo Casadio è conosciuto come un tipo malinconico e solitario. È un visionario e il suo sogno è, da sempre, costruire barche, vascelli enormi capaci di contenere grano, legname e animali. Purtroppo, i suoi tentativi si sono rivelati sempre fallimentari e l’uomo è prostrato a causa dei continui insuccessi, passa lunghi periodi da solo. Ha pochi amici ed un sacrosanto terrore per le donne, tanto che è arrivato all’età di quarantacinque anni senza aver mai avuto una fidanzata. Poi, durante una festa di paese, conosce Viollca, una zingara con un corpo flessuoso e lunghi capelli neri, che Giacomo ha già notato. Pochi mesi dopo lei è incinta e i due si sposano, contro la volontà delle famiglie di entrambi…

Una storia potente e commovente; un racconto corale che parla di terra, di famiglia, di sogni e di tenacia; un viaggio negli anni al fianco dei componenti di una famiglia che non si arrende e che sa trarre forza da ogni piccola tregua che la vita concede loro; una vita che si snoda nel tempo sullo sfondo di un piccolo borgo di campagna al crocevia tra Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, un luogo dal quale si sogna di fuggire, ma al quale si finisce per tornare sempre, perché lì è casa. Questo e molto altro è il romanzo d’esordio di Daniela Raimondi - autrice che si divide tra la Sardegna e Londra e vanta al suo attivo parecchie pubblicazioni di poesie: una saga familiare, un coro di voci che profuma di magia e di piccole conquiste quotidiane. C’è la Storia d’Italia tra le pagine di questo libro, quella che va dai moti rivoluzionari che hanno condotto all’Unità fino agli anni di Piombo che quest’unità hanno minato alla radice. E all’interno di questo grande macrocosmo si annidano le storie dei singoli personaggi, i componenti della famiglia Casadio - semplici, grandi lavoratori, gente schietta che ha ereditato dagli avi, tra i quali si vantano anche stirpi di zingari, gli occhi azzurri e i capelli biondi dei sognatori oppure i capelli e gli occhi neri dei sensitivi -, ciascuno dei quali racconta la propria vicenda personale intrecciandola a quella dei genitori, dei fratelli, dei mariti, dei nipoti. Quello che ne risulta è un affresco autentico e potente, vivido di ricordi e di passione, una di quelle letture nelle quali immergersi per ritrovare le proprie radici e per attribuire il giusto valore ai sogni, ricordando che “la felicità è fatta della stessa materia di cui son fatti i sogni e il male della vita, per tutti noi, non è stato correre dietro ai sogni, ma rinunciarvi”. La Raimondi ha saputo tessere una storia piena di vita, da leggere tutta d’un fiato, intrisa di racconti e superstizioni contadine - che tanto ricordano la magia che abita i romanzi di Marquez o di Isabel Allende -, una vicenda fatta di uomini e donne concreti, con la terra tra i capelli e sotto le unghie, ma a tal punto desiderosi di rivalsa da trasformare ogni più semplice aspetto della loro vita in un’impresa eroica. Eroi normali, quindi, ai quali ci si affeziona, storie che restano dentro e nei confronti delle quali, a lettura conclusa, non si può che provare tanta nostalgia.