La casa sull’estuario

La casa sull’estuario

Ogni sua impressione è intensificata, ciascuno dei sensi è in qualche modo acuito; tutto tranne il tatto, a dir la verità: non riesce a sentire il terreno sotto i piedi. Quando comincia a muoversi, gli sembra di avanzare senza alcuno sforzo e senza sfiorare il terreno. Scende verso il mare che si srotola in un’insenatura coprendo l’intera striscia di sabbia, come se la furia delle onde avesse completamente inghiottito il retroterra. Quando si avvicina all’orlo della scogliera, guarda in basso, dove avrebbero dovuto esserci la strada, gli ospizi, la locanda. Ma le case e le strade sono sparite e hanno lasciato al loro posto un affossamento al centro dell’insenatura. Si ferma in riva all’estuario, ma tutto è diverso da come avrebbe dovuto essere e il senso di orientamento pare averlo abbandonato. Non è in grado di ricostruire mentalmente il tracciato della strada che conosce a menadito. È piena estate, ma la luce chiara che lo circonda annuncia l’inverno. Osserva i gabbiani che seguono la marea e, sulla collina di fronte, una coppia di buoi. Dick inspira con forza e si riempie i polmoni di aria fredda. Poi volta ad un tratto la testa e si accorge di non essere solo. Un cavaliere, che sembra ignaro della sua presenza, sta per arrivargli addosso. Dick indietreggia, mentre il cavaliere ferma il cavallo in riva all’acqua e guarda verso l’estuario per rendersi conto del livello della marea. Dick si sente impaurito ed esaltato allo stesso tempo, perché realizza che quell’uomo non è affatto un fantasma, ma un cavaliere in carne ed ossa. Dick teme quell’uomo, teme il lungo arco di secoli che separa l’epoca del cavaliere dalla sua. Come se si sentisse osservato, l’uomo a cavallo distoglie gli occhi dall’acqua e posa lo sguardo su Dick, ma non lo vede, non può vederlo, perché vive in un altro tempo...

Daphne Du Maurier, l’autrice di Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli - di cui è famosissima la trasposizione sul grande schermo per la regia di Alfred Hitchcock - propone nel suo primo romanzo, datato 1969, una vicenda che si pone a metà strada tra storia e fantascienza, una vicenda che parte un po’ in sordina, ma che si ammanta ben presto di mistero e suspense, caratteristiche che diverranno poi tratto saliente dell’intera produzione della romanziera. Singolare e avvincente è l’avventura del protagonista, un giovane inglese che, abbandonato un lavoro che non lo appaga più, accetta ospitalità presso la casa di un amico- una magione nella magica Cornovaglia - e viene da questi coinvolto in una sorta di esperimento: l’utilizzo di una droga sintetica che lo conduce indietro nel tempo, nel XIV secolo. Viaggiare a ritroso nel tempo- sogno di molti e tema ricorrente in letteratura - gli consente di essere testimone, inosservato, di tradimenti, atrocità, vendette, che si consumano tra le mura del Maniero di Tywardreath e del Priorato, mentre il suo corpo continua inconsapevolmente a muoversi nel presente. Una scoperta straordinaria che, tuttavia, ha un prezzo davvero alto, che va al di là del malessere fisico, sempre più fastidioso, legato ad ogni ritorno al presente. Si tratta piuttosto di un sempre maggior distacco dalla realtà e dagli affetti quotidiani, moglie e figliastri inclusi, che finiscono per alienare completamente il protagonista, come spesso accade in chi abusa ripetutamente di sostanze stupefacenti. Presente e passato finiscono per sovrapporsi e confondersi, creando un gioco di chiaroscuri dagli effetti drammatici. A fare da cornice alle contorte vicende dei protagonisti la magica Cornovaglia, la lunga striscia di terra che si protende sull’Atlantico, con le sue scogliere a picco sul mare, luogo d’elezione e d’ispirazione per l’autrice, che ha saputo raccontarne con maestria l’aspra bellezza e farne presenza costante in ogni suo lavoro.



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