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La cena delle verità

Tutto vorrebbe fare il brigadiere Nardone fuorché andare a svegliare il capitano alle quattro del mattino. Come minimo, sarà intrattabile per tutta la giornata ma, maledetta sfortuna, nell’estrazione a sorte il bastoncino più corto è toccato a lui. Non che sia una novità, a dir il vero. L’appuntato Lojacono la scampa sempre. Sospirando, Nardone imbocca l’ultimo corridoio e si dirige verso gli alloggi del capitano Ferrazza. Dalla camera proviene il suo sonoro russare, ma non c’è altro tempo da perdere: il brigadiere deve svegliarlo. Bussa più di una volta, dapprima piano piano e poi sempre più forte - ormai è diventata una questione di principio - finché la porta si apre così all’improvviso che Nardone per poco non picchietta con le nocche la fronte che sta facendo capolino. Quando il brigadiere comunica a Ferrazza che la sua presenza è richiesta per una questione piuttosto ingarbugliata- la prima telefonata è arrivata intorno alle due e nella mezz’ora successiva c’è mancato poco che il centralino andasse in tilt- il capitano grugnisce un commento poco comprensibile e lo scruta per un attimo che dura un’eternità. Intanto, al piano di sotto, all’appuntato Lojacono sembra di essere nel bel mezzo di un film poliziesco. Ogni tanto sbircia nella stanza che si trova di fronte alla sua scrivania, dotata di un’ampia vetrata, e li osserva uno per uno, continuando a chiedersi come certa gente possa accapigliarsi per strada in quel modo. La portiera e il compagno hanno facce poco raccomandabili, ma gli altri! Ma come può essere possibile, per esempio, che quella donna con un paio di lucidissime ed eleganti décolleté nere possa stare con quell’uomo dall’improponibile camicia a fiori? E quegli altri due, l’uomo e la donna che Nardone ha portato giù dall’appartamento al quinto piano? Si tratta di Monica e Davide Satta e sembrano esser reduci da un viaggio attraverso tutti i gironi dell’Inferno dantesco…

Un sabato sera qualunque, una casa come ce ne sono molte e una padrona di casa come tante - in realtà è una completa frana in cucina, quindi in qualcosa si distingue - che, insieme al marito, attende tre coppie di amici di una vita per una classica serata in compagnia, tra un calice di vino (che ahimè nessuno potrà bere, perché l’unica bottiglia disponibile finirà spiaccicata sulle mattonelle color crema della cucina), una pizza - con annesso fattorino - e una fetta di torta, con tanto di morso del piccolo Giacomino. Già da questa presentazione si intuisce che in realtà la serata sarà piuttosto movimentata e si concluderà niente meno che in caserma dove, davanti a tre fidi membri dell’Arma dei Carabinieri, sempre più confusi e sempre meno felici, i vari personaggi, dopo essersele date di santa ragione, racconteranno a turno la loro parte di verità. Il romanzo d’esordio di Annalisa Consolo - autrice e sceneggiatrice appassionata di cinema e teatro - è un racconto intrigante ed estremamente gradevole che, al di là delle battute argute e dei dialoghi al fulmicotone, veicola un messaggio ben più profondo e articolato, una fotografia delle relazioni moderne e un resoconto appassionato e assolutamente vero di ciò che lo spirito umano può nascondere. Da un incontro/scontro tra quattro coppie apparentemente ben rodate e risolte emerge l’estrema fragilità con cui ciascuna di esse convive ogni giorno: c’è chi non riesce più a dialogare, chi si sente imprigionato nel ruolo che si è imposto o che gli è stato imposto, chi ha tirato i remi in barca, chi è carico di frustrazione e di rabbia, chi cede alle lusinghe del tradimento. Anime ferite, ma non per questo sbagliate; persone che devono decidere se mettersi in discussione e aprirsi al dialogo, per cercare di ricomporre quel complicato puzzle che è la vita, fatto di mille tessere di verità individuali che confluiscono in quella che è “la” verità. Servendosi di una prosa che pare cinematografica, in cui ogni scena sembra materializzarsi tra le pagine del romanzo e in cui ogni scambio di sguardi racconta molto più di mille parole, la Consolo riesce a dare voce alle fragilità e a sottolinearne la funzione salvifica e catartica. Un romanzo bello, che racconta la fatica di una relazione, ma anche e soprattutto il desiderio di trovare un punto d’incontro, fatto forse di piccole cose, ma capaci di alimentare una nuova fiducia.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANNALISA CONSOLO