La città dal mantello rosso

La città dal mantello rosso

Sulla collina di Santa Teresa, nel versante che si affaccia sulla jungla, gli scontri a fuoco tra due enormi favelas durano da otto giorni. Le sparatorie sono legate al cartello della droga, così come le retate della polizia corrotta e il sangue versato a fiumi per il controllo del territorio di Rio de Janeiro. Sono oltre seicento le favelas sotto il controllo di Comando Vermhelo, una potente organizzazione attiva in America Latina dai tempi della giunta militare. Per Özgür, che si trova a Rio da due anni, il frastuono prodotto dagli spari è una tortura, i suoi nervi sono messi a dura prova e scrivere il suo romanzo è faticoso. È complicato capire quando è iniziato quello stato di cose, quando ha perso il controllo sulla propria vita. Il caldo infernale riempie la città, i bambini disidratati e i mendicanti puzzolenti infestano le strade, l’afa notturna inonda la casa di Özgür, costretta a tenere le finestre aperte. L’invasione cronica di blatte, formiche carnivore e sanguisughe che le fanno orrore e non riesce a uccidere, ostacolano il suo riposo riempiendo la stanza in affitto nella Villa Bianca del professor Botelho, ingombra di mobili e rifiniture europee, ma priva di ventilatori (e Özgür non ha i soldi per comprarne uno). Insetti, solitudine, pensieri, questa è la sua esistenza a Rio, città priva di vento: “Non ha fiato, dunque non ha anima”. Ha lasciato Istanbul per il Brasile inebriata dai suoi “sogni tropicali”, ignara di ciò che avrebbe trovato. Ora i suoi giorni sono un lento declino fisico e morale. Fumare e fissare il vuoto le attività che si concede mentre fatica a racimolare i soldi per mangiare. Ha la testa piena di cose da fare, decisioni da prendere, ma nessuno slancio vitale per affrontarle...

Özgür ha “sangue caucasico schizzato da un paio di gocce di Mediterraneo”, il suo trasferimento a Rio de Janeiro è un sogno a occhi aperti che va a frantumarsi contro la realtà. Nulla di questa terra è adatto a lei. Il suo corpo afflitto dall’allergia agli insetti, dall’asma, dal caldo, dalla dissenteria, soffre, il suo spirito tormentato dalla solitudine e dalle crisi di nervi, soffre. Dovrebbe scrivere, ma non riesce a concentrarsi in mezzo alle immagini di morte e al senso di tragedia che pervade la città: “Scrivere era prima di tutto fare ordine, e Rio, se si poteva definirla con una sola parola, era CAOS”, così il suo romanzo La città dal mantello rosso resta monco. Rio le prosciuga la linfa vitale, eppure non può rescindere questo insano legame con la città e fuggire, perché tornare a casa ora sarebbe una sconfitta maggiore. Asli Erdoğan (Istanbul 1967) ha alle spalle la pubblicazione di alcuni racconti e del romanzo d’esordio Kabuk Adam uscito nel 1994, quando pubblica il romanzo di Özgür nel 1998. È proprio con La città dal mantello rosso che attira l’attenzione. La città descritta (frutto delle sensazioni e dell’esperienza vissuta dalla stessa autrice, in seguito a un dottorato in Brasile) è ben lontana dalle luci scintillanti e dai colori con cui la si immagina nel mondo, un’idea fittizia dovuta al celebre carnevale. Una patina fasulla che nasconde una miseria immensa, una città dove si muore per nulla e bastano pochi spiccioli per pagare un sicario che faccia sparire i mendicanti davanti alla porta di casa. Le giornate di Özgür sono ripetitive, lente, così come le sue riflessioni e l’esternazione dei suoi bisogni, una litania decadente, ossessiva, che permea le pagine del libro e accompagna inesorabile il suo destino. La Erdogan, attraverso gli occhi di Özgür, descrive un luogo oscuro, letale e allo stesso tempo ipnotico, a cui la giovane insegnante, pur soffrendo il distacco dalla Turchia, dalla famiglia, dal suono della propria lingua madre, non riesce a sottrarsi. Un sudario appiccicoso e letale questo mantello rosso che avvolge la città, scrollarselo di dosso, per chi viene intrappolato, è praticamente impossibile.



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