La città degli uomini d’oggi

La città degli uomini d’oggi
Calarsi nel mistero del mondo per rilevarne i segreti è quanto si accinge a fare il protagonista, un tentativo che, a suo dire, non può che passare attraverso l’Arte. Abbandona così la casa paterna e si butta nella città, in mezzo agli uomini, dove spera di trovare il senso dell’esistenza. Ma la realtà che vede è diversa da come l’aveva immaginata, tutti sono affaccendati in occupazioni misere, fatte di pura materialità – mangiare, bere, dormire – e sono avidamente attaccati al dio denaro. Ciò che lo colpisce di più è il ribaltamento dei non valori in valori: il bello è il brutto, la verità è la menzogna, il bene è il male. Di peggio vi è solo l’indifferenza, risolta in una neutralità vile che evita di prendere posizione. Allora si rende conto che gli uomini vivono in una città morta, in un’Insaniàpoli dominata dalla follia. L’unica speranza è raggiungere la città cubica, dalle strutture cristalline e illuminata da una luce splendente, in cui sarà possibile riscoprire la forza dell’amore…
Nella prefazione Giuseppe Lupo definisce Edoardo Persico “un personaggio enigmatico e sfuggente”, una “figura irrisolta”, in quanto è stato un intellettuale capace di scorgere il futuro di molte discipline – dall’architettura alla letteratura, dalla filosofia al cinema – senza però riuscire a completare le sue teorie a causa di una morte prematura a trentasei anni, al cui mistero Andrea Camilleri ha dedicato il romanzo Dentro il labirinto. Pur avendo conosciuto solo il primo scorcio del ‘900 (scompare nel 1936), Persico è tutto dentro il secolo breve, non semplicemente per i lavori che ci ha lasciato, come l’allestimento del negozio Parker a Milano, o per l’impegno redazionale in riviste importanti come “Casabella”, ma per aver compreso in anticipo le dinamiche culturali e sociali che lo caratterizzeranno. L’esempio più lampante è proprio La città degli uomini d’oggi pubblicato a Firenze nel 1923. È un’analisi lucida della civiltà urbana, che non è riuscita, contravvenendo alla lezione di Gropius, Le Corbusier e Wright, a trasformare le città in luoghi dalla dimensione umana, riducendole invece a spazi chiusi e anonimi, a dormitori, a formicai. Dietro questa visione negativa è piuttosto evidente la critica nei confronti della società di massa, specie della logica consumistica e della spersonalizzazione dell’essere umano che la pervadono. È pure un attacco, da parte di un antifascista convinto, dei sistemi totalitari, legati alla massificazione e al gusto per la monumentalità, nei quali gli individui sono sottoposti al potere di uno o comunque di pochi. La conoscenza, secondo Persico, si fonda indissolubilmente sull’esperienza diretta, è quindi necessario immergersi totalmente nella città degli uomini per afferrarne i meccanismi. Le conclusioni di questa ricerca sono però apocalittiche: la civitas non ha prodotto civilitas, anzi non esiste più, è lettera morta, bisogna distruggerla per ricrearla ex-novo. Partendo dall’esempio agostiniano la città degli uomini viene contrapposta alla città di Dio, autentica testimonianza di verità. Essa è vista come la città cubica, dalle forme perfette, cristalline, uguali tra di loro, irradiate da una luce immensa. In questa antitesi tra umano e divino emerge l’utopismo cattolico del pensatore napoletano, basato sul tentativo di coniugare il cristianesimo con il socialismo al fine di creare una società egualitaria e solidale sulla scia dell’insegnamento evangelico. La libertà e la democrazia non possono che passare da Cristo. Il pensiero di Persico ha avuto il grande merito di influenzare generazioni di intellettuali italiani, oggi nel vuoto etico che viviamo andrebbe più che mai recuperato e studiato. 

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