La classe avversa

Un passero si posa sul davanzale della finestra, lui è in ufficio e riflette su quello che sta per fare. Il passero lo scruta, becca contro il vetro, ha un desiderio opposto al suo: vorrebbe entrare, mentre lui vorrebbe uscire. Decide di alzarsi e fare il blitz come pianificato, riguarda una cosa grossa a cui sta lavorando da tempo. Si avvicina allo studio del direttore, bussa ed entra senza attendere che gli sia dato il permesso. Dentro all’ufficio ci sono anche lo zio e il Presidente, oltre a suo padre che è in disparte. Devono discutere di un ordine di grandi dimensioni per cui lui si è speso in prima persona: la commessa arriva da General Motors, la multinazionale statunitense. In passato GM non ha lasciato buoni ricordi in azienda, si erano accordati per acquistare delle macchine con tecnologia avanzatissima, ma poi gli americani avevano optato per un prodotto cinese che costava la metà e si erano tirati indietro. A quel prezzo, loro sarebbero a stento riusciti a coprire le spese per la materia prima. Erano i disastri del mercato globale e della concorrenza spietata, dunque General Motors non gode più di buona fama fra i dirigenti. Da due anni ai piani alti c’è stata una massiccia ristrutturazione: suo padre e suo zio, che da una vita gestivano l’azienda di comune accordo in virtù di una promessa fatta al padre, sono ai ferri corti, così è subentrato il manager esterno che tiranneggia sulle vite di tutti loro. Si tratta dell’ingegner Cesare Cagnoni, è lui che deve convincere a farlo partire per Bedford. Non c’è verso, ma è l’ingegnere a sbagliare. Lui è convinto che quello sarà l’ordine più grande nella storia dell’azienda, anzi nella storia del settore…

Segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino, La classe avversa di Alberto Albertini è un romanzo che si riconnette in maniera esplicita al filone della “letteratura industriale”, che ebbe fra i suoi esponenti più noti Paolo Volponi e Ottiero Ottieri e che ottenne discreto successo di pubblico e critica nei decenni passati. La connessione intima fra letteratura e industria viene qui ottenuta con uno stratagemma semplice quanto efficace: l’autore tratteggia un protagonista innamorato dei libri e iscritto alla facoltà di Lettere, malgrado sia sposato e con figli. Da giovane non ha potuto seguire quella strada per il veto del padre, cosa piuttosto comune fra gli eredi dei capitani d’industria, e una volta raggiunta la mezza età realizza che provarci potrebbe essere una rivincita personale. Proprio in virtù di questa connessione, il protagonista si appassiona a Ottieri (citato esplicitamente nell’esergo con uno stralcio de La linea gotica molto significativo), il suo autore preferito e con cui intesse una sorta di dialogo a distanza. La famiglia, l’azienda e la letteratura sembrano parti di un mosaico incredibilmente sfaccettato. Certi passaggi de La classe avversa che, almeno così sembra di capire, risentono del beneficio della conoscenza diretta dell’ambiente aziendale (Albertini lavora nel settore da trent’anni, oltre a insegnare alla Cattolica e a collaborare con la Scuola Holden). Alcuni passi non si discostano da una serie di produzioni letterarie o filmiche che trattano il medesimo argomento. Si pensi, per guardare a un eclatante successo relativamente recente, al Mammut di Antonio Pennacchi, pure in quel caso ambientato in una fabbrica del settore siderurgico, pure in quel caso basato sui contrasti fra il manager e i suoi sottoposti. La classe avversa ripropone lo schema delle dinamiche aziendali e soprattutto il tema delle transizioni all’interno dei consigli di amministrazione, ma la voce narrante qui non è quella di un operaio, bensì quella di un rampollo di una dinastia di imprenditori che hanno nutrito il tessuto sociale ed economico. Albertini ci accompagna per mano, con una prosa semplice e incalzante, all’interno di una fabbrica dove la gestione familiare viene soppiantata, e con essa vengono eliminate l’umanità e l’etica presenti nel mondo capitalistico. Dopo le lotte sindacali degli anni Settanta, in cui gli operai scioperavano per i propri diritti da strappare ai “padroni”, le classi attualmente in lotta sono gli imprenditori di una volta, portatori di un modello di sviluppo genuino e strettamente legato al territorio, ai dipendenti e ai destini delle centinaia di famiglie che dipendono dalla fabbrica, e i manager di oggi, forgiati dalla cultura dei tagli, ma che raramente hanno cultura e visione a guidare le loro scelte.

 


 

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