La conta

Sua madre non ha più latte, spiega Ketevan all’amica Ninco; per questo motivo il suo fratellino non fa altro che piangere e la madre teme che possa morire da un momento all’altro. Quando, a forza di piangere, il piccolo ha le convulsioni, Ketevan intinge le dita nel vino e le fa succhiare al bambino, che finalmente si tranquillizza e si addormenta. Ninco ascolta le parole dell’amica, poi indossa un vestito azzurro, si chiude alle spalle la porta di casa, passa davanti al nonno Zaur che se ne sta seduto in cortile e si avvia, esortando l’amica a seguirla. Sono dirette dai Gvelisiani, alla farmacia, per vedere se c’è qualcosa da prendere. Aprono con cautela il lucchetto della porta di casa, già forzato, e si intrufolano all’interno. È buio pesto, ma le due ragazze non possono aprire le tende perché darebbero troppo nell’occhio. D’altra parte, Ninco si orienta abbastanza bene anche al buio, perché lei in quella casa c’è già stata. Ed ha scoperto, in un mobile, uno stereo, funzionante, e tanti dischi. Ninco accende lo stereo e invita l’amica a ballare; Ketevan non si muove e l’altra comincia a ballare da sola, poi estrae un pacchetto di sigarette dal reggiseno e ne accende una. Gliele ha regalato quel tipo, quello con gli occhi azzurri che era di sentinella al posto di guardia quando Ninco gli è passata davanti per andare a raccogliere della piantaggine per Lamara, la nonna malata con la quale vive e di cui si occupa. Sa di piacere a quel soldato, che ha scambiato qualche chiacchiera con lei e le ha chiesto chi sia la piccoletta con cui se ne va sempre in giro. Ninco gli ha risposto, mentendo, che si tratta della sorella minore, mentre in realtà lei e Topi - questo il soprannome che ha affibbiato a Ketevan - hanno la stessa età. La differenza sta nel fatto che, mentre Ninco pare già una ragazza ed ha un bel seno sviluppato, l’amica sembra ancora una mocciosa ed è piatta come un maschio…

La fotografia di un intervallo di tempo piuttosto breve, dal mercoledì al sabato, che mostra una serie di accadimenti, essenziali e tragici, che rivelano tutta la tensione di chi vive sulla propria pelle una situazione di guerra. Questo è il romanzo breve di Tamta Melašvili, una nuova autrice - quarantenne, ricercatrice e insegnante universitaria, femminista ed estremamente moderna - che si fa voce narrante di quella che è stata la Georgia all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando le regioni dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia tentarono di ottenere l’indipendenza dal governo georgiano, anche attraverso un colpo di stato militare, dando così origine ad una lunga serie di conflitti di matrice etnica. Ninco e Topi, due adolescenti - furbetta e scafata la prima, timida e introversa la seconda - cercano di sopravvivere, mentre i georgiani attendono l’apertura di un corridoio umanitario che permetta loro di circolare in sicurezza, e imparano cosa significhi vivere in una realtà di guerra e in uno stato dilaniato dall’odio e dalla corruzione. Tutto è devastazione; nelle case non c’è più nulla; tutti gli uomini sono in guerra e per le strade sono rimasti soltanto anziani, donne e bambini; non c’è da farsi scrupoli o da capire chi siano i buoni e chi i cattivi: c’è da guardarsi da tutti, indistintamente. Tutto è disastro e tutto è lecito, non esistono più valori e ciò che conta davvero è solo riuscire a sopravvivere. La Melašvili riesce a rendere in maniera magistrale con la scrittura il clima di incertezza e odio che le due ragazzine vivono: scrive periodi brevissimi e sincopati, non lascia spazi bianchi, non va mai a capo se non alla fine del capitolo. La sua scrittura, cruda e senza sconti, sembra un martello pneumatico capace di sottolineare la drammaticità della situazione, pervasa da guerra e morte, in cui non c’è tempo per fermarsi a leccare le ferite. Il fatto, tuttavia, che la narrazione presenti, pur nell’orrore complessivo, il punto di vista fresco e giovane delle due protagoniste, capaci sempre di trovare risorse insospettabili, rende un po’ meno dolorosa e più positiva una lettura capace di evidenziare con drammaticità tutto il carico di angoscia, assurdità e tragedia che ogni guerra porta con sé, indipendentemente dal contesto in cui essa abbia luogo.

 


 

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