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La costa di Chicago

La costa di Chicago

Un bar notturno la cui illuminazione inonda la strada tagliando le figure di una coppia probabilmente occasionale, un avventore solitario ed un barista indifferente. Vite che si sfiorano, si rincorrono o si scontrano nell’estraneità, ciascuna con le proprie aspettative deluse in un ripetersi di attimi eterni di esistenze confluite in un’immagine: siamo nel quadro Nighthawks di Hopper... La musica di Chopin suonata al pianoforte dalla ragazza del piano di sopra entra nei condotti d’areazione, si propaga dalle pareti e accende il mondo incomunicabile del vecchio Dzia-Dzia e del bambino, suo nipote. Aleggiano la Polonia dell’immaginazione, la guerra, la polka ed i singhiozzi di rimando che la ragazza che suona il piano ha attribuito al bambino: quel pianto notturno non era del bambino ma di sua madre, quando aveva appreso che il marito non sarebbe tornato dalla guerra. La sordità galoppante di Dzia-Dzia allontana sempre più quei suoni che affievolendosi lasciano ingiallire lo spartito dei ricordi... I reduci della guerra di Corea non sanno dare un nome a niente. Non ha nome il pub che frequentano, se non il nome della marca di birra che sponsorizza il locale. I loro addomi, sempre più gonfi della stessa birra che riempie anche giornate senza scopo, rendono perdente la loro squadra di softball che nessuno sa come si chiami: perdente e rassegnata come il loro anonimo club motociclistico. Nel quartiere, gli europei dell’est che hanno combattuto quella guerra vengono poco a poco soppiantati dai messicani. E quel pub non ha ancora un nome... Un ragazzino colleziona maniacalmente tappi di birra, ma un giorno il suo tesoro sparisce dalla cantina dove è custodito: suo fratello ha fatto di ciascun tappo una lapide per un cimitero di insetti...

I tappi di birra ora sono lapidi per un cimitero di insetti, dunque? Della maggior parte dei racconti resta poco e niente. Storie, chiamiamole così, che presentano una variabilità di respiro che va dalla trentina di pagine ad una sola, con altrettanta variabilità nell’esito letterario. Tra ricordi fatti di grigiore e malinconia, giornate inconcludenti tra treni urbani e flash emozionali, Stuart Dybek, figlio di immigrati polacchi, tratteggia quartieri popolati da personaggi destinati all’evanescenza in un mondo che sta acquisendo l’americanità tra contraddizioni e tensioni. Il tutto ammannito con dettagli secondari che sembrerebbero evocare universi taciuti. Difficilmente però i personaggi riescono ad incarnarsi in un volto: l’autore non ce li fa vedere. Un po’ come Antonioni quando comunica l’incomunicabilità con ore di pellicola. O forse come l’arte “assenteista” del Totò scultore. Chicago potrebbe essere una qualsiasi altra metropoli americana e la sua costa lacustre non ha altra ragion d’essere letteraria se non quella di trovarsi là dove si trova. Quando, segnatamente nei racconti più brevi, il tentativo di rappresentazione di stati d’animo e pensieri prevale sull’azione narrativa -talvolta annullandola completamente- ci si trova di fronte a divagazioni che rasentano l’inconsistenza. Va bene: le cose vanno come vanno, soggettive molto soggettive sull’inafferrabilità del vissuto, capito, poi? Nonostante la critica americana continui ad accostare Stuart Dybek a Saul Bellow, le connotazioni “essenzialiste” e l’appartenenza generazionale rendono il primo più simile al Raymond Carver nei suoi aspetti più “nientisti”. Cos’ha in comune Dybek con Bellow e tanto meno con l’affermazione di questi “Per gli scrittori la domanda più importante è semplicemente: cos'è interessante?”. Restano forse Chicago e l’immigrazione. Chi ritiene Il pianeta di Mr Sammler di Bellow un capolavoro del ‘900 non si aspetti di trovare niente di simile in questa raccolta nella quale spesso la narrazione “essenziale” di Dybek gira attorno a vicende assenti e, anziché apparire “minimalista” (aggettivo rifiutato dalla generazione dell’autore), risulta paradossalmente superflua, anche se il racconto è di mezza pagina: troppo per uno scritto in cui non si crea alcuna comunione emotiva ed intellettuale col lettore. Una propalazione a senso unico molto focalizzata sulla forma di chi scrive. Sembra di avere di fronte due Dybek: uno più leggibile ed inclusivo ed un altro molto attento alla critica americana “evoluta”, quella che, ad esempio, si sforza di attribuire “valore autoriale” al cinema europeo del secolo passato confondendo una messa a fuoco approssimativa con il fine del girato, nella più totale incapacità di individuare i contenuti della pellicola. Si guarda allo stile, a quella “forma” che Dybek stesso sovrappone al contenuto: “Quindi la forma di un'opera (...) quel tipo di pregiudizio filosofico essenziale che ha l'artista si esprimerà nella forma stessa, sia che si tratti di frammentazione o di esperimenti con il tempo. Rifletteranno un punto di vista filosofico, che potresti non sapere esattamente di avere”. Figurarsi chi legge. Bello saper raccontare anche il niente, ma altra cosa è raccontare il “non qualcosa” con pagine e pagine tipo:
“Aprì la bottiglia. Disse -Eh già-
-Proprio così...-
-Mio zio Edwin non va più a pesca-
-Cristo santo...-
-Già... ”.
Riguardo la notizia dell’abbandono dell’attività pescatoria di zio Edwin fin lì e per il seguito sconosciuto al racconto, la risposta “Cristo santo...” si giustifica col fatto che siamo nella narrativa americana. Altrove sarebbe ironicamente commentata con un british “Avvertirò la stampa”, a Roma con una parola tutta attaccata che ne contiene due, tanto per tornare all’assunto di Bellow riguardo cosa sia interessante. Qualche bella immagine, qualche impressione fugace, reminiscenze, niente di più. Viene da pensare che forse Hemingway qualche danno collaterale lo deve aver provocato, specie quando i personaggi, stappando la citata bottiglia, lasciano il lettore escluso dalla bevuta.