La custodia dei cieli profondi

Era il 27 settembre del 1936 quando suo nonno decise che avrebbe costruito in quel tratto di bosco, deviando il torrente Roburent. Proprio lì era sprofondato in un piccolo bacino d’acqua sotterraneo, prosciugato dalla siccità, schiacciando e uccidendo Odessa, il suo setter irlandese. Cascina Odessa è il posto sopra cui Gabriele vive, come figlio, da più di trent’anni, “un satellite periferico di un paese altrettanto periferico… la porzione di terra che, una volta, aveva una densità di persone e di legami che ne facevano una casa”. Il giorno del suo settimo compleanno inizia a prendersene cura, spazzando le scale d’ingresso prima dell’arrivo dei suoi amici, invitati per festeggiare. Con il tempo Gabriele diventa il Custode, un piccolo Sisifo condannato a conservare uno status quo soggetto all’inevitabile legge dello sfaldamento. Nel corso di quegli anni, in cui “un sole blu sorgeva e iniziava a contaminare la luce quando all’altro sole mancavano un paio d’ore al tramonto”, Gabriele è anche il fratello. Ma il rapporto di fratellanza si interrompe troppo presto, quando Emanuele decide di andarsene lontano per studiare astrofisica all’università. E così quei pomeriggi trascorsi insieme, anche in compagnia della dolce Agnese, rimangono solo dei bei ricordi. Il padre, soprannominato l’Attaccapanni, insegnante di matematica, è il primo a vincere la gravità di quel luogo. Come “sabbia di una clessidra che cade” prende una stanza in un ospizio, avviando la dispersione della famiglia. Un paio di settimane dopo la sua partenza, anche la madre abbandona Cascina Odessa e si trasferisce in un borgo a strapiombo sul mare, a un chilometro dalla frontiera con la Francia. E così Gabriele diventa l’Eremita, il Matto. È Banet a dirgli che in paese, a Lurano, ormai lo chiamano così. Ed è la fine del suo viaggio, “in parte rimasto accasciato nel suo baricentro, in parte andato via”. Al pari della fine di Cascina Odessa…

Dopo Un giorno per disfare e Abbi pure paura, Raffaele Riba, piemontese, classe ‘83, consegna al mondo dei lettori il suo terzo romanzo, La custodia dei cieli profondi. L’autore immagina un mondo in cui un sole blu si alterna nella volta celeste con il consueto sole giallo. Mentre uno sorge l’altro tramonta, anche se “per qualche istante stanno alla stessa altezza sulla linea dell’orizzonte” e vederli insieme è uno spettacolo. Un “susseguirsi di luci cosmiche” in cui ci sono soltanto tre ore di buio al giorno. Attraverso l’espediente distopico, l’autore presenta la storia di Gabriele, rimasto custode unico della casa di famiglia. Cascina Odessa è stata per anni un centro gravitazionale, un nucleo che ha sprigionato la sua amorevole forza attrattiva, tenendo uniti padre, madre e due fratelli. Ma poi qualcosa cambia. Distoniche tendenze centrifughe si insinuano nelle menti dei componenti della famiglia, che in momenti diversi abbandonano il focolare domestico, percorrendo strade differenti eppure accomunate dal fatto di contribuire allo sfaldamento di quel prezioso, almeno per lui, “legame anteriore”. Il libro è incentrato su Gabriele, narratore interno, un gladiatore che cerca di opporsi con tutto il suo impegno al cambiamento, al declino e all’erosione della famiglia, continuando a rivolgere il suo sguardo al passato. Fino al giorno del cedimento, della resa, non senza consumare la vendetta nei confronti del fratello. Con una prosa elegante e godibile, che di tanto in tanto regala al lettore nozioni scientifiche, la storia suggerisce riflessioni sul tempo che trascorre inesorabilmente, sull’importanza di quel legame “immanente e senza distrazioni” che può unire due fratelli, sulla capacità di perdonare e accettare scelte altrui. Senza anticipare l’interessante epilogo narrativo, il messaggio importante e ben chiaro, che rimane impresso, è che l’uomo non può fare niente che duri per sempre. Curiosità: il libro è stampato con inchiostro blu, caratteristica molto piacevole.

 


 

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