La danza della parola

Parole e gesti umani. Da sempre. Cosa sia l’ironia più o meno lo sappiamo tutti: una battuta o una replica o una faccetta o un movimento ridicoli che introducono uno o più elementi inusuali e/o inattesi e/o ambigui e/o contrastanti rispetto a quello che avevamo appena ascoltato, visto, letto, percepito. Ovvero un modo di mettere in discussione la comprensione data per scontata di parole e gesti. Uno strumento di umana conoscenza. Uno sguardo diverso. Un modo di catturare l’attenzione. Non è per forza legata al linguaggio parlato o scritto, può derivare da azioni, comunque e sempre serve a far emergere qualcosa che non ci aspettavamo e a far riflettere su quanto era arrivato ai nostri occhi od orecchi. In linea di massima non attiva espressioni volgari, anzi è un antidoto colto alla volgarità (che quasi sempre è invece assenza di cultura), relativizza con scherzo ogni assoluta verità o certezza, gli schemi precostituiti. Sorriso e riso possono esserci certo, eppure l’ironia vuole soprattutto colpire, terremotare un concetto per non renderlo statico dogma. Dunque, talora può essere aggressiva, soprattutto quando si accompagna al sarcasmo o alla satira, pur mantenendosi sempre a distanza dalla violenza, sia fisica che psicologica. Anzi, contribuisce proprio a contenere gli sfoghi, a regolarli, ad articolarli, a non utilizzarli come un randello per mettere a tacere l’interlocutore (anche quando è un avversario). Non è mai una critica distruttiva fine a sé stessa, ha una discriminante componente creativa di scossa, ribaltamento, completamento rispetto al punto di vista che la sollecita. Non è solo un modo di operare, è un modo di vivere; non riguarda solo le cose che uno fa, ma quello che uno è; pertanto non la si può praticare e amare se non la si applica di continuo pure a sé stessi. Solo così si e ci libera davvero, migliora la nostra esistenza terrena e i luoghi sociali che frequentiamo...

Il grande epistemologo filosofo della scienza Giulio Giorello (Milano, 1945) spiega meravigliosamente che “l’ironia è una specie di danza della parola” (azzeccato delizioso titolo del volume, ispirato da Nietzsche): “un’arte difficile...perché bisogna, nello stesso tempo, avere considerazione per gli altri, e saper ridere di sé. Se ci si considera tutti una massa di imbecilli, è inutile cercare di comunicare con una forma sottile di ironia”. Ironizzare su qualcosa di detto o visto va preso in considerazione solo se abbiamo interesse e rispetto per chi ha parlato o agito; e bisogna poi esserne ben capaci, affinché costui prenda in “seria” considerazione la nostra ironia. Nello stesso tempo, se poi non sappiamo ironizzare su noi stessi meritiamo scarsa considerazione dagli altri. Arma civile certo, e però a doppio taglio, ibrida. L’agile volume è distinto in tre parti: meno brevi le prime due sui fumetti, grande antica passione dell’autore da Topolino a Paperino, da Tex a Linus (del resto in copertina c’è un “Bang!”), e sui ballerini che danzano con le parole, più o meno virtuosi (soprattutto contemporanei, soprattutto nella letteratura gialla); la terza è dedicata a due mitici scrittori, Robert Musil e James Joyce. Per finire la conclusione (“nel solco dell’Illuminismo”), le poche note numerate nel testo, i ringraziamenti (ma non l’indice dei nomi, che avrebbe molto incuriosito). Non è un trattato sull’ironia, non c’è nulla di sistematico; piuttosto uno zibaldone di riflessioni e citazioni di un autore colto e poliedrico, ironico e autoironico, scienziato e letterato. Giorello danza con le parole e narra avendo come filo alcune domande: c’è ancora, in giro, l’ironia? cosa la elimina? cosa la ripristina? si può insegnare? Le risposte sono aperte, argute, stimolanti. Si parla spesso di politica e di religione; fra l’altro Giorello spiega perché nelle scuole non farebbe l’ora periodica di religione ma metterebbe il presepe ogni Natale. Opportunamente i romanzi gialli sono riassunti senza problemi di spoiler. Segnalo l’antinomia logica inventata secoli fa da Cervantes (maestro di “pensiero ironico” secondo Vázquez Montalbán, aggiungo), molto utile in questi decenni per ogni migrante di passaggio fra paesi confinanti. Significativa la parte sulla complicata ironia del calzolaio che fa le scarpe (a pag. 88-89).



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