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La decrescita felice

La decrescita felice

Ecco un concetto che di primo acchito può spaventare: in una società mondiale capitalista, generalmente proiettata verso il progresso e le nuove tecnologie, con quale coraggio si può parlare di rallentare, di un ritorno alle origini, di cercare un “proprio” ritmo, non importa se più lento? Si tratta di una teoria politica, economica e sociale, un movimento il cui scopo vuole essere quello di promuovere innanzitutto la più ampia sostituzione possibile di tutte quelle merci prodotte industrialmente o acquistate in circuiti commerciali con l’autoproduzione di beni. Una prospettiva che si oppone concretamente alla teoria dello sviluppo sostenibile, in questa sede criticata apertamente per limitarsi a proteggere il meccanismo di crescita economica, proponendo tecnologie meno inquinanti. Da ciò poi si passa all’analisi di dati più noti, il rapporto causa-effetto che ha luogo tra la crescita del prodotto interno lordo e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili. Un continuo susseguirsi di processi che conducono irrimediabilmente all’incremento delle merci scambiate con il denaro e all’incapacità da parte delle persone di essere autosufficienti: una condizione che qui non viene collegata alla pura disponibilità economica, ma all’effettiva abilità nel sapersi auto produrre quanti più beni di prima necessità possibili. Si illustrano situazioni di vita quotidiana, dei paragoni, che individuano la figura “vincente” nella persona che si rende nuovamente padrona del proprio tempo, magari prediligendo un’occupazione part-time, per dedicare il resto della giornata al cucito, all’orto, a confezionarsi da sé marmellate, torte e pane...

Maurizio Pallante, tra i fondatori dei Verdi e del Comitato per l’uso razionale dell’energia (CURE), dal 1990 al 1995 assessore all’ecologia e all’energia del comune di Rivoli (TO) e successivamente consulente per il Ministero dell’Ambiente riguardo all’efficienza energetica, prima di fondare il Movimento per la Decrescita Felice, pone in evidenza la precarietà della politica economica vigente: per accrescere la domanda si ha bisogno di continua innovazione e produzione, finalizzate a rendere obsolete quelle precedenti, il tutto sempre in tempistiche più brevi. Questo è il fine ultimo posto in massima evidenza: azzerare i tempi di sostituzione e produzione. Quali possono essere le soluzioni? L’autoproduzione e il rifiuto di inserirsi nella logica mercantile, l’abbandono della chimica e la scelta di una concimazione naturale, la predilezione dei beni materiali al reddito monetario, la varietà biologica alla monocultura, la valorizzazione del locale e la fedeltà alla propria cultura. Altro esempio eclatante che Pallante ci riporta, e che vuole essere uno spunto di riflessione, è la condizione di alcune popolazioni di contadini del Burkina Faso, di come siano riusciti a tirarsi fuori dalla povertà e indigenza cui li aveva ridotti l’imposizione del modello economico fondato sulla crescita della produzione di merci. Un saggio che ci invita calorosamente alla riflessione e alla (ri)scoperta di antichi valori, tradizioni e arti: un percorso autonomo verso l’indipendenza.