La donna dal kimono bianco

Tori deve fare i conti con la malattia di suo padre, ricoverato al Taussig Cancer Hospital, in Ohio, e ormai giunto alla fine dei suoi giorni, anche se è difficile arrendersi per la figlia che lo vede ancora il giovanotto forte e straordinario di quando, negli Anni Cinquanta, prestava servizio in Marina. È Tori che gli sta sempre vicino e che vive questi terribili momenti in cui il padre si sveglia frastornato, tra intervalli di riposo sempre più brevi. E sta soffrendo, già, soffre molto a giudicare dalle smorfie di dolore ogni volta che tenta di sollevarsi e anche solo un colpo di tosse lo fa abbandonare sul cuscino, stremato. Ha voglia di parlare suo padre, le dice di quando si trovava in Giappone, prima di conoscere sua madre che aveva incontrato, solo anni dopo, a Detroit, dove era rimasto di stanza dopo un periodo a bordo e dove aveva cominciato a bere. Anzi, se non l’avesse incontrata forse avrebbe fatto una brutta fine. Sembra però che debba confessare qualcosa che gli preme e di cui deve confidarsi assolutamente con la figlia. Le parla di una lettera da leggere subito, perché è arrivato il momento. E anche se Tori vorrebbe non pensare a questa triste realtà, non arrendersi, il padre continua a sollecitarla: “È tra le mie cose, vai a prenderla”. Lei lo accontenta, anche se non è pronta a quel congedo che si sta profilando sempre più vicino. Getta un’occhiata alla busta e si ricorda che è la stessa che aveva consegnato proprio lei al padre, dopo averla ritrovata tra la posta, così come ricorda quella parola che c’è scritta, “Japan”...

Tenerezza, dolore, speranze, sogni, delusioni, cattiveria, sorpresa... Non manca nulla nella trama di questo romanzo che ti inchioda alle sue pagine sin da subito alla ricerca di un esito che ci si immagina, o forse è meglio dire si spera, ma che non è mai esattamente così come poi si manifesterà nelle ultime pagine. Emozioni forti e quel “razzismo” che costringe a scelte forti, drammatiche, legate anche al tempo, perché la fine degli Anni Cinquanta non brillava proprio per emancipazione, soprattutto dal punto di vista femminile. Quindi ancora matrimoni combinati sui quali non venivano concesse deroghe e venivano fatte scelte non certo in nome dell’amore o di un figlio in arrivo, quanto piuttosto nella convenienza della famiglia o dell’azienda di famiglia di origine. Soprattutto se di mezzo c’è un “gaijin”, uno straniero e a maggior ragione americano! Alla fine le due donne protagoniste della storia, Tori e Naoko, legate entrambe, per motivi diversi, allo stesso uomo, si raccontano una storia, cinquant’anni di vita, di assenze, di pensieri, di ricordi, di scoperte e finalmente di verità, quella verità rincorsa per tanto tempo e soprattutto in mezzo a tante sofferenze, da una parte e scoperta all’improvviso dall’altra. Di certo una verità che tiene sospesi i lettori dalla prima all’ultima pagina, soprattutto per quanto riguarda il destino di una bimba nata in un monastero con non pochi problemi e dopo un trascorso non facile della madre, una donna unica e piena di forza, capace di lottare anche sopra le proprie capacità. E a fare da sfondo il fascino e l’intensità di riti giapponesi di altri tempi...



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