La donna venuta dai ghiacci

Estate 1627. Ólafur continua a ripetere che Ásta dovrebbe essere grata per aver avuto la tenda. In realtà si tratta semplicemente di una vela, umida peraltro, appesa al baglio, gentile omaggio del capo pirata dal volto roseo e dalle ciglia bionde con il quale suo marito, Ólafur appunto, pare abbia stretto amicizia. Ásta invece pensa che sia già sufficientemente orribile essere confinata nella stiva di un galeone in alto mare, mentre le prime contrazioni del parto arrivano ed il panico aumenta, senza bisogno di dover mostrare gratitudine per una stupida vela. Ásta, che insieme a molte altre persone è stata fatta prigioniera dai pirati che hanno invaso le coste olandesi, sta per partorire il suo quarto figlio, mentre il marito fa del suo meglio per rasserenare gli animi dei prigionieri, rammentando loro che si tratta di una prova dura da superare e che la sofferenza è ciò che ciascuno deve sopportare in questo mondo. Intanto, le contrazioni di Ásta sono sempre più intense e non le facilitano affatto il sonno; inoltre il fetore, il puzzo di esseri umani che trasudano angoscia accanto a lei, è insostenibile. Ecco una nuova contrazione; Ásta allunga con cautela una gamba disturbando la povera Oddrún - la più loquace delle isolane, incredibilmente silenziosa dall’inizio del viaggio - che non merita affatto che le sue sofferenze siano accresciute dal piede inquieto di una donna che sta per partorire. Helga, una delle figlie di Ásta, non è con loro; è partita prima dell’estate ed è al sicuro. Forse le hanno già riferito che la sua famiglia è stata rapita dai corsari turchi ed imbarcata su un bastimento, in rotta verso un luogo oltre l’immaginazione. Forse Ásta non rivedrà mai più Helga, mentre i due figli che sono accanto a lei, Marta ed Egill, hanno un futuro già segnato, un futuro al quale lei non vuole neppure pensare; il bambino che smania di nascere, infine, vedrà la luce in una sporca stiva, durante un terribile viaggio verso la schiavitù. Cosa riserverà la vita a lei e alla sua famiglia?

I pirati, da secoli la maledizione del Mediterraneo, che avevano già fatto irruzione in villaggi in Italia, Francia e Spagna in cerca di schiavi, approdarono, nell’estate del 1627, sulla costa islandese e rapirono circa quattrocento persone, i due terzi della popolazione, uomini, donne e bambini, tutti destinati al mercato degli schiavi ad Algeri. La coscienza collettiva islandese ha conservato per secoli il ricordo doloroso di tale evento e Sally Magnusson, partendo dalla lettura della versione inglese della narrazione dei viaggi di Ólafur Egilsson - la scorreria dei pirati alle isole Vestmann, le quattro settimane di prigionia trascorse ad Algeri e il suo viaggio in Danimarca per ottenere un riscatto dal re - ha cercato, mescolando realtà e immaginazione di vite perdute, di esplorare le esperienze delle donne schiavizzate, attraverso la storia di Ásta, moglie di Ólafur, donna orgogliosa, indipendente, testarda e sicura di sé, nonché eccezionale narratrice: è la sua capacità di raccontare storie, tratte dalle saghe islandesi, che affascina e colpisce Cilleby, l’uomo di cui Ásta diventa schiava e del quale subisce, ricambiata, il fascino. Siamo di fronte ad una vicenda che conduce dalla cupa ed aspra geografia islandese all’afoso e caldo clima di Algeri, mostrando allo stesso tempo il netto contrasto tra cultura, religione e lingua dei due luoghi. La Magnusson è abilissima soprattutto nelle descrizioni degli scenari che fanno da sfondo alla storia: l’odore dei profumi speziati dell’harem di Algeri, dove Ásta trascorrerà la sua prigionia; l’erba e il fango della costa desolata dell’Islanda; la carezza delle sete africane e lo schiaffo del vento marino della costa islandese, che taglia le guance screpolate. Allo stesso modo, l’autrice scozzese - ad esclusione di qualche passaggio un po’ troppo particolareggiato che finisce per risultare noioso e spezzare la fluidità della storia - riesce con abilità ad accompagnare il lettore in un viaggio che non solo attraversa i continenti, ma sa raccontare, in un crescendo di sensualità e sciagura, di esilio, libertà, maternità, identità, intimità persa e ritrovata, orgoglio e determinazione.

 


 

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