La fiamma della notte

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Futuro remoto. Camberwell è uno dei pianeti più remoti e selvaggi tra quelli colonizzati millenni prima dagli uomini. Hilyer e Althea Fath, marito e moglie entrambi professori associati dell’Istituto di Thanet, sul pianeta Gallingale (lui è specializzato in Teoria dei simboli convergenti, lei è una esperta della musica di popolazioni barbariche o semibarbariche), si sono recati su Camberwell per registrare la musica degli zingari Vongo. Quattro volte l’anno le tribù Vongo si incontrano: ciascuna tribù suona la propria musica più segreta e potente, che i musici delle altre tribù devono cercare di imparare e riprodurre dopo un unico ascolto, perché si crede che così possano “rubare le anime” dei rivali. Chiunque venga sorpreso a registrare la musica in qualche modo viene strangolato sul posto. Per questo motivo i Fath portano sul proprio corpo minuscoli registratori impossibili da vedere. Le riunioni tribali Vongo sono affascinanti ma violente: il passatempo preferito dei giovani è rapire e violentare le ragazze di altre tribù, cosa che provoca risse tremende ma solo di rado degenera in spargimenti di sangue perché simili imprese sono considerate “marachelle giovanili”. Offesa molto più grave è il rapimento di un capo o di uno sciamano e il lavaggio in acqua saponata del rapito e dei suoi indumenti, “per privarlo della sacra traspirazione personale”. Con una generosa donazione di pezze di stoffa, la coppia di studiosi ottiene il permesso di assistere a una riunione tribale Vongo e riescono a registrare di nascosto l’affascinante musica eseguita: soddisfatti, tornano con il loro còttero in una zona più civilizzata del pianeta. L’indomani, mentre sorvolano una strada a fianco di brulle montagne diretti a un mercato che si tiene in un remoto villaggio, scorgono dall’alto una scena raccapricciante: quattro giovani contadini stanno bastonando un bambino sui cinque o sei anni, che si contorce nella polvere cercando coraggiosamente ma inutilmente di difendersi…

La fiamma della notte, pubblicato nel 1996 quando l’autore aveva già 80 anni, è l’ennesimo perfetto esempio dello stile di Jack Vance: complicatissime civiltà, dialoghi ironici e raffinati e al centro del plot una ricerca, viaggi e misteri. A tutto questo – che i fan dello scrittore di San Francisco ben conoscono e amano – si aggiunge un afflato da nonno, uno sguardo particolarmente affettuoso verso il suo protagonista, Jaro. È un bambino con un passato drammatico e spaventoso che viene salvato e adottato da due pacifici studiosi: parte della sua memoria viene cancellata per motivi terapeutici, ma l’incubo nascosto nella sua infanzia torna a tormentarlo e minacciarlo e deve essere affrontato una volta per tutte, anche per avere giustizia e vendetta (un altro dei temi-cardine della narrativa di Vance, come si sa). L’impostazione quasi da Young Adults – amori adolescenziali compresi – è gestita da Vance con la solita classe e nulla toglie alla godibilità del plot anche da parte del pubblico smaliziato dei lettori di Science-Fiction. Semplicemente vergognoso lo spoiler presente in IV di copertina, con un evento che avviene a pagina 218 presentato come fosse lo spunto di partenza della storia.



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