Salta al contenuto principale

La figlia di

Olimpia Reale è faccia a faccia con quello che potrebbe diventare il suo editore. Ha quasi finito la biografia di un’eroina del passato pressoché sconosciuta: piacerà? Intanto si è portata avanti coi regali di Natale: in borsa tiene Olimpia, minuscola e cagionevole bouldogue francese da regalare a mamma. Sennò chi la sente Desideria, la sorella. E a papà, il superfamoso fotografo amico dei vip Valerio Reale, che regalare? Certo che due genitori così non aiutano, famosi, affermati (mamma era un’indossatrice di grido), ricchi e belli. Che fastidio. Poi si capisce perché Olimpia ha fatto dell’infelicità la sua prima scelta, “la sua forma di espiazione per le fortune che non ha chiesto”. Desideria, dentro al carrozzone delle fortune insperate, pare trovarcisi bene, anche se lo vive solo di sponda: meglio studiare oltre Manica. Olimpia invece sta lì, a due passi da loro, con la sua casa asettica, un’unica amica cinica, un fidanzato impalpabile, un editore da conquistare. Sperando che non valga più il nome del talento…

La figura letteraria dell’inetto trova in Olimpia una nuova portabandiera. C’è quel modo di vivere - o di non vivere - per cui, semplicemente, non si prendono decisioni. Olimpia è la regina dell’abulia e spesso perfino dell’afasia. Dentro di sé ha una bella carica ironica e autoironica ma non fa, non dice, non decide. Schiacciata dal peso di genitori ingombranti e fuori misura, sta lì, aspetta e quando non aspetta si affanna vanamente: la finta fuga sulla Majella è memorabile. Tante e tante pagine ci descrivono questo simpatico ritratto di una donna sopra le righe, che da ragazzina mangiava giapponese anziché hamburger e patatine. Forse, il peccato del romanzo è proprio questo: infinito e lento l’indugiare sull’incapacità di Olimpia di prendere in mano la sua vita, brusco e fulmineo il momento della rinascita, di una reazione che non è orgoglio ma una autentica ridefinizione di sé. Una lettura comunque piacevole che ci ricorda che la vita è una e che la responsabilità di trattarla bene è, in fin dei conti, del tutto individuale.