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La figlia di Burger

La figlia di Burger

Rosa Burger aspetta pazientemente seduta sulla sedia di plastica, nella sala d’attesa destinata ai colloqui con i detenuti; quella ragazza, neanche diciott’anni e con bellissimi e profondi occhi grigio chiaro, almeno una volta al mese si presenta alla porta del carcere in attesa di poter parlare con il suo “fidanzato”. Vestito scollato, poche gocce di profumo – ma lasciate cadere nei punti giusti – e un fiore tra le mani. Sempre così si presenta, nonostante sappia bene che i secondini le prenderanno il fiore prima che i carcerati facciano il loro ingresso nella stanza. Noel De Witt non si può certamente considerare il ragazzo ideale per una diciottenne: ben più grande d’età di Rosa, un impegno politico che lo porta a trascorrere più tempo in carcere che fuori e soprattutto niente amore per quella ragazza; o meglio, l’ama come una sorella. Ma quando Noel è finito nuovamente dietro le sbarre, è sembrato a tutti la scelta più ovvia che Rosa fingesse di essere la sua fidanzata, almeno una volta al mese, giusto il tempo di portargli una lettera, della carta e una matita; e magari fargli anche sapere che il mondo fuori da quella cella continua ad esistere. La sera prima di ogni incontro, Rosa compie il rituale del lavaggio dei capelli, per poi acconciarli; poi, una volta terminato, si siede sul bordo del letto e solo dopo essersi accesa una sigaretta inizia a scegliere con estrema cura le cinquecento parole da mettere su carta. Una lettera d’amore nella quale, abilmente camuffate, Rosa deve inserire le informazioni che suo padre Lionel vuole far conoscere a Noel e che sarà consegnata in un colloquio di poco più di venti minuti. Un lasso di tempo decisamente irrisorio per una coppia di innamorati, ma sufficiente per concederle quel pizzico di soddisfazione che in casa Burger si annovera tra i divertimenti: farla in barba alla polizia…

Classificato come uno degli “esempi più rappresentativi dei romanzi storici africani” e nominato nel 2001 tra i 10 miglior libri del Sudafrica dal “Guardian”, La figlia di Burger di Nadine Gordimer è un romanzo difficilmente inquadrabile nei tradizionali canoni letterari. A ispirare il romanzo fu Bram Fischer, avvocato di Nelson Mandela (al quale la Godimer inviò una copia del suo libro mentre questi era in prigione); un “omaggio in codice” per lo straordinario lavoro portato avanti da Fischer nella lotta contro l’apartheid: Lionel Burger è la trasposizione nel romanzo di Fischer (il discorso sul tradimento tenuto da Lionel nel libro è ispirato a quello tenuto dallo stesso Fischer durante il processo del 1966, dove venne accusato di promozione della ideologia comunista e cospirazione), mentre in Rosa si possono riconoscere sicuramente alcuni tratti appartenenti all’autrice del romanzo, tra i quali l’impegno politico, la volontà di andar via dal Sudafrica e la decisione di farvi ritorno. A colpire il lettore non è soltanto il background storico e politico di cui si fa carico La figlia di Burger, ma anche lo stile narrativo. I monologhi interiori della protagonista si alternano e si intrecciano con la narrazione oggettiva fatta in terza persona: uno sdoppiamento stilistico dove anche le confessioni fatte nei monologhi personali (rivolti rispettivamente al suo fidanzato Conrad, alla prima moglie di Lionel, Katya e infine allo stesso Lionel Burger) assumono il carattere di verità assolute. Un espediente letterario che rischia di spaesare il lettore (almeno all’inizio) ma che è in grado di restituire a pieno la profondità e la ricchezza di un personaggio come quello di Rosa. Definito romanzo in cui “arte e moralità si fondono”, oltre ad aver vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1991, questo romanzo si è aggiudicato il premio della Central News Agency, prestigioso premio letterario sudafricano conferito alla Gordimer nel 1980, quando il suo libro era ancora bandito nello Stato.