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La filiale

La filiale

1981. Dalmatov è un giornalista russo e vive a New York. Lavora in una radio che da Manhattan trasmette soprattutto per gli immigrati sovietici negli USA, visto che nel suo Paese la frequenza è ancora oscurata. Una mattina - dopo avere consumato la consueta colazione militare a base di caffè, Gauloises senza filtro e giornali - appena mette piede in redazione per curare la consueta trasmissione “Persone e avvenimenti” viene convocato dal direttore, che gli affida l’incarico di seguire un convegno a Los Angeles sul futuro dell’URSS, con il compito di intervistare i dissidenti più famosi e di annotare le cose più interessanti sul modello civile, culturale e spirituale della Russia del domani. Dalmatov non si mostra entusiasta. In California c’è già stato. Spiega che ne farebbe volentieri a meno con una moglie e tre figli ai quali badare. E poi del futuro della Russia non ha voglia di occuparsi giacché sta ancora cercando di capirne il passato. Il direttore fa la voce grossa in nome dell’esigenza di fare informazione per la sua radio politicamente impegnata e Dalmatov è costretto a partire. All’Hilton si imbatte in una folla di studiosi, letterati, sacerdoti russi, ma anche politologi, storici e slavisti americani. Fino a che, vestita di giallo, non compare lei, Tasja, il suo primo amore, roba di vent’anni fa...

Stavolta Sergej Dovlatov (1941-1990) mette al centro della narrazione una storia d’amore. Accade così che la “sua” URSS, sempre in bilico tra guerra fredda e perestrojka, tra le atmosfere asfittiche della cortina di ferro e le nuove spinte innovatrici, con i suoi personaggi perennemente sospesi tra infatuazione, alcolismo e depressione, resti per una volta solo lo sfondo, solo lo scenario del romanzo. Al centro c’è una storia d’amore, ma anche di più. È la storia del primo amore, che si affaccia sotto forma di continui flashback e viene descritta nella sua intera parabola, dall'esaltazione del sentimento nuovo (“Era come se Tasja fosse sorta sulla mia vita e ne avesse illuminato gli angoli più reconditi”) al senso di limite che il primo amore lascia avvertire fino alla percezione del fallimento personale (“Ero simile a un giardiniere che ogni giorno estirpa dalla terra il suo fiore per vedere se ha attecchito”). Soprattutto è la storia del primo amore di Dovlatov. Dunque l’autore si racconta. Mette da parte la giovinezza sregolata, il suo impegno politico nella controinformazione, le molteplici esperienze nei giornali di provincia dai quali sarà sempre cacciato per indisciplina. E, con la vena malinconica che in tutti i suoi lavori si accompagna alla leggerezza dell’ironia, conduce il lettore dalla Los Angeles del 1990 (“Ed ora era lei sulla porta”) agli ambienti universitari e dei circoli artistici dell'Unione sovietica fine anni Sessanta, lui aspirante scrittore e appassionato di pugilato che pratica a livello amatoriale, lei (Asja Pekurovskaia) indiscussa regina delle serate letterarie ed edonistiche della Leningrado di quegli anni felici.