La fine dei vecchi tempi

La fine dei vecchi tempi

Bernard Spera è il vecchio bibliotecario del castello di Kratochvíce: ne ha viste tante e ne può raccontare anche di più. Da quando il podere è passato nelle mani del ricco Stoklasa e da quando nei paraggi è arrivato il principe Nikolaevič Megalrogov, da tutti soprannominato “barone di Münchhausen” per spiccate peculiarità caratteriali, gli episodi da riferire sono ancora più e soprattutto ancora più incredibili. Siamo in un piccolo borgo della Boemia, verso il 1921, in un contesto di scontri fra Austria, Russia e Cecoslovacchi. Bernard prima è tutore delle due figlie del suo padrone, Kitti e Michaela, poi diventa bibliotecario del castello, senza però mai entrare nelle grazie del suo padrone, malfidente ed arcigno. Nel frattempo, pur nella disperata ricerca di difendere il suo posto di lavoro, riesce a trovare il tempo per corteggiare senza successo la bella Susan e, invece con successo, la meno bella ma più disponibile Ellen. La vita a castello è un susseguirsi di impegni mondani e politici: festini, battute di caccia, calessi e belle auto che parcheggiano e si fanno ricevere per corteggiare la giovane e bellissima Michaela, per rinnovare un accordo politico, per concludere un affare importante. Non è facile per Bernard sopravvivere fra i nobili latifondisti ed i giovani avvocati rampanti, il suo equilibrio è messo a dura prova. Ma su tutti imperversa il carismatico conte-principe che catalizza l’attenzione dell’intera comunità con le sue azioni spregiudicate e la voglia di attaccar briga...

È davvero un peccato che Vladislav Vančura sia uno scrittore così poco conosciuto in Italia. Eppure il suo stile, l’ironia delle sue pagine, la visione molto critica e disincantata della vita della primo dopo guerra - parliamo della prima guerra mondiale- sono un balsamo per il lettore. La fine dei vecchi tempi non è soltanto una lettura feroce della fine della grande aristocrazia mitteleuropea, ma una continua ricerca e riflessione sul dissidio fra verità e finzione. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un violento e delizioso pamphlet, una satira sociale ben argomentata, ma bisogna andare oltre questa lettura formale: il testo è di fatto un percorso non rettilineo, inaffidabile e divertito, come il suo stesso narratore (non a caso Spera è anagramma di Raspe, il creatore della leggenda del Barone di Münchhausen), fra stati d’animo e visioni alternative di una stessa situazione, fra interessi che confliggono e trame che si intrecciano. Tutto è squadrato ed analizzato insieme al suo assoluto contrario, tutto è visto sotto più punti di vista, soprattutto è ribaltato e rovesciato in modo da vederne il lato meno noto e più dissacrante: nobili, borghesi, damigelle, servi e padroni sono messi in primo piano non per quello che socialmente rappresentano, ma per le contraddizioni umane che portano con loro, più o meno apertamente, per la fragilità delle loro vite che sono soggette a rapidi e repentini cambiamenti. Il romanzo oscilla fra il serio ed il faceto, con la grazia di un affresco irriverente e la malinconia divertita di una società che sta esalando i suoi ultimi respiri.



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