La fine del mondo storto

Una mattina d’inverno, il mondo si sveglia e scopre che le fonti di energia non rinnovabili sono esaurite. Niente più petrolio, carbone, gas e quindi niente più energia elettrica in quantità sufficiente. I motori si fermano, gli elettrodomestici si spengono, i riscaldamenti non funzionano. Comincia a dilagare la paura: fa freddo e si inizia ad utilizzare la legna da ardere, ma poi termina anche quella e si passa a suppellettili, cianfrusaglie, arredi, mobili, poi libri e oggetti d’arte e sacri. Tutto ciò che può bruciare viene dato in pasto al fuoco. Senza rimpianti. Cambia la percezione del valore, ora la priorità è scaldarsi. “La gente scopre che la Letteratura è roba da godere a stomaco pieno, termosifoni caldi e canapè”. I ricordi materiali perdono importanza e significato, così come il superfluo, “davanti al pericolo si ragiona cattivo”. Svuotati dispense, negozi e magazzini comincia a scarseggiare anche il cibo, i trasporti sono bloccati perché non c’è carburante, e ritorna in vigore il baratto, i soldi non servono più, non si mangiano, e vengono utilizzati per alimentare il fuoco. Ma ben presto anche il cibo finisce e cominciano a scomparire piccioni e animali da compagnia. Chi sa arrangiarsi si abitua più in fretta, gli altri “non hanno i coglioni”. “I primi giorni di quell’inverno infame, quando all’improvviso mancano i combustibili, la gente prima si agita, poi si spaventa, grida e cigola. Alla fine fa silenzio. Comincia a morire”…

Critica alla natura umana e alla perdita di valori, La fine del mondo storto è una denuncia, un processo senza possibilità di difesa all’uomo moderno, che per egoismo e avidità ha dimenticato il rispetto per la Terra. Trasuda indignazione e rabbia, e con una narrazione quasi priva di dialoghi, come una riflessione, un filo diretto tra i pensieri e le pagine dei suoi quaderni, Mauro Corona ci propone uno scenario drammatico e nemmeno troppo ipotetico. Il dramma è insito nella possibilità, se pure remota, che possa accadere davvero, per questo la riflessione che ne scaturisce è spiazzante come uno schiaffo che non ti aspetti. Narrato al presente, rapido e incalzante, e con lo stile colloquiale, rude e scurrile che contraddistingue Corona, come un racconto in osteria infervorato da un bicchiere di troppo, si percepisce la partecipazione emotiva dell’autore ertano, che non risparmia le critiche. Quello che era un mondo storto, sbagliato, finalmente finisce per lasciare spazio ad uno che riscopre gli antichi valori, dove le vere ricchezze sono il silenzio e il tempo, non esistono differenze né gerarchie, ma tutti sono uguali, e dove tutti lavorano per raccogliere i frutti della natura. La tecnologia lascia spazio ad abilità e tecniche manuali, perse e riscoperte, al riciclo senza sprechi, a una società perfetta in perfetto equilibrio. A tratti pecca un po’ di qualunquismo e abusa di luoghi comuni, ma glielo si perdona, come a un vecchio amico un po’ brontolone. “L’uomo sarà l’unico essere vivente ad estinguersi per imbecillità” oppure impareremo la lezione?

 


 

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