La follia dei Flood

La follia dei Flood

Bridlemere è una vecchia magione vittoriana dal fascino decadente con una caratteristica particolare: è invasa dal ciarpame. Strati su strati, dai detriti ai materassi ai vecchi giornali alle bambole rotte, accumulati come lasciti di ere geologiche, nelle stanze della casa così come in giardino. Dietro alla pressoché impenetrabile barriera di spazzatura si nasconde il padrone di casa, Cathal Flood, un gigante burbero che si dice abbia scacciato il precedente assistente sociale brandendo una mazza. Maude, mandata a sostituire l’ultima vittima del signor Flood, però, non ne ha paura, o quasi. Forse perché nel suo passato ci sono già stati abbastanza dolore e paura e ora li ha esauriti. Forse perché vede l’uomo anziano profondamente solo e ferito dietro la facciata da cane che abbaia e per di più morde. Cathal si sente finalmente capito e Maude entra di fatto nelle sue grazie, tanto da lasciarle la libertà di ripulire la sua strana dimora. È proprio durante l’operazione di sgombero di un vecchio bagno che la donna scopre una fotografia: ci sono due bambini che si tengono per mano, ma il volto della ragazzina è stato cancellato da una bruciatura. Comincia così il viaggio di Maude all’interno dei segreti nascosti dentro Bridlemere e collegati, forse, con un’antica morte dalle cause mai chiarite...

La follia dei Flood, secondo romanzo dell’autrice irlandese Jess Kidd pubblicato in Italia da Bompiani dopo Lascia dire alle ombre, ha in sé tutti gli elementi per conquistare gli appassionati del racconto gotico: un’antica magione vittoriana sospesa nel tempo, ma immersa nella Londra contemporanea, una o più damigelle in pericolo, un mistero da risolvere che affonda le sue origini in un torbido segreto di famiglia e le immancabili presenze, siano esse fantasmi oppure santi dalle sembianze poco celestiali. Il tutto arricchito, se ce ne fosse bisogno, dalla copiosa presenza di gatti, volpi e salotti in cui prendere il tè. Il romanzo della Kidd è un’ottima opera di intrattenimento, una storia costruita su un impianto solido, fondata sugli stilemi di generi sempre amati come il sopra citato gotico, nonché il racconto giallo alla Agatha Christie, con cui l’autrice sa giocare alla perfezione per tenere il lettore incatenato, capitolo dopo capitolo, scoperta dopo scoperta. Solo nel finale, gli ingranaggi scricchiolano e sembrano sul punto di incepparsi. L’intreccio si sfilaccia, qualche filo rimane a svolazzare libero, come se la storia chiedesse un seguito. Che l’autrice l’abbia o meno programmato, il finale poco risolutivo non sottrae nulla alla piacevolezza del racconto, che coglie l’occasione anche per lasciare qualche insegnamento: la storia di ognuno di noi non è mai un racconto univoco, né esiste una verità assoluta e inequivocabile attraverso la quale interpretarlo.



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