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La forza della natura

La forza della natura

Nella chiesa affollata dai paesani Anna non piange, osserva stranita il putto alato che è davanti a lei, esempio eclatante del detestato barocco, la mancanza di gusto artistico che aveva trasformato quella chiesetta romanica, semplice e lineare, in un santuario fasullo tutto oro e stucchi. Come il prete e la sua omelia. Anna desidera tornare a casa, al silenzio, alle parole crociate, prendersi una vacanza da tutto. Che ogni cosa si risolva veloce, che il funerale finisca al più presto e che Euclide sia rapidamente tumulato nella cappella di famiglia. Il babbo non aveva mai sopportato quel genero, più vecchio della sua Annina, noioso e anche bruttino, con le spalline strette come quelle di Andreotti. Prima però deve salutare tutti i presenti, saranno cento o duecento o forse di più, mani da stringere, baci, abbracci e condoglianze sussurrate con occhi tristi e bassi. Immersa nella folla dagli abiti scadenti e odori sgradevoli, Anna pensa esclusivamente al momento in cui potrà rifugiarsi a casa, restare davanti alla televisione, avvolta nel plaid di cachemire, nella sua camera di ottanta metri quadri con la finestra gotica. E non rimettere più piede in paese. Ma al rientro dalla vacanza a Cortina, durante la quale l’amica Maria Giovanna si è rotta una gamba, Anna trova una busta verde contenente un atto giudiziario che la convoca al tribunale di Montepulciano. Anna non ha intenzione di tornare, ma l’anziano avvocato Pompei, vista la delicatezza della vertenza, le consiglia di essere presente...

La forza della natura è l’ultimo romanzo di Antonio Leotti, sceneggiatore, vincitore di tre David di Donatello, due nastri d’argento e quattro Ciak d’oro, che ha scritto con Luciano Ligabue Radiofreccia (1998), oltre alla sceneggiatura de Il partigiano Johnny di Guido Chiesa, saggista e una carriera da scrittore iniziata nel 2001 con la pubblicazione de Il giorno del settimo cielo. Leotti, con i fratelli, gestisce da più di trenta anni l’azienda agricola La Crocetta nelle terre senesi, tanto che ogni pagina del libro profuma di terra e racconta la vita e il lavoro in campagna con ricchezza di particolari specifici appresi, è proprio il caso di dirlo, sul campo. La narrazione procede, grazie a combinazioni e fatalità, intorno alla figura di Anna, personaggio ambiguo che vive in superficie, senza alcun interesse dei sentimenti altrui. Ogni tanto alcuni capitoli sono dedicati a personaggi collaterali, dei mini-racconti che si incastrano nel romanzo, o meglio delle brevi scene di contorno in un film in cui il punto di vista cambia di continuo, che però alla storia scritta aggiungono poco e confondono di più. La trama è monocorde, sono i dialoghi che reggono la struttura del romanzo e danno un po’ di vivacità. Da alcuni minimi dettagli si può intuire che la storia sia ambientata negli anni Settanta, ma non sembra che all’autore interessi curare la ricostruzione storica o seguire i personaggi nella loro evoluzione, la stessa cultura toscana che Leotti rappresenta, forse, sarebbe più appropriata a decine e decine di anni prima dei pantaloni a zampa di elefante e della venuta di Andreotti. Piuttosto l’autore si concentra su luoghi comuni relativi a dinamiche padroni/contadini, campagna/città, uomo/donna, nobili/plebe e così via, utilizzando un linguaggio desueto, scegliendo nomi improbabili e con uno stile linguistico ironico-bucolico che spesso cade nel banale. Il romanzo manca di ritmo narrativo, di tensione emotiva, che invece in un film probabilmente emergerebbe dai dialoghi e dall’interpretazione degli attori.